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Il mio viaggio ad Auschwitz-Birkenau

Lo scorso febbraio ho avuto la possibilità, e il privilegio, di compiere uno dei viaggi più intensi e formativi a cui si possa prendere parte: la visita ai campi di Auschwitz-Birkenau.

L’autenticità dell’esperienza

Il cuore dell’inverno polacco non ha nulla a che vedere con le miti stagioni mediterranee a cui siamo abituati. Il giorno della visita il termometro è precipitato a -10° centigradi, per cui, oltre a cappotto, cappello e sciarpa, ho dovuto indossare due paia di guanti; ma il freddo riusciva comunque a farsi sentire. Per quale ragione mi dilungo nella descrizione del vestiario indossato quel giorno? Perché quelle temperature per noi così rigide, quel vento sferzante e quella neve che rendeva il paesaggio ancor più crudo, hanno contribuito, nell’insieme, a rendere l’esperienza più autentica e a fare in modo che sentissi un legame profondo con le persone che, in passato, hanno calpestato quella terra. La fatica nel percorrere a piedi quelle lunghe distanze e il freddo pungente mi hanno fatto avvertire una profonda vicinanza verso chi, quelle distanze e quel freddo, dovette viverli privo di ogni difesa o conforto.

Cosa si prova?

Ovviamente sono partita perfettamente consapevole che sarebbe stato un viaggio impegnativo dal punto di vista emotivo: tutti conosciamo la storia che marchia quei luoghi, chi in modo più approfondito chi meno, ma per quanto si possa arrivare preparati, per quanto quelle pagine di storia siano ben impresse nelle nostre menti, credo che nessuno sia mai realmente pronto a toccare con mano ciò che è stato.

Quando si arriva ad Auschwitz si respira un’aria diversa: è come se il tempo si cristallizzasse e il passato tornasse a essere presente. Da subito si viene catapultati in una dimensione che sembra parallela e si avverte immediatamente la pesantezza della nostra storia, di ciò che ha contribuito a forgiare la nostra identità collettiva.

L’immersione nell’esperienza è totale e immediata. Prima di arrivare al tristemente famoso cancello d’ingresso, di cui sicuramente tutti, pur non avendolo visto dal vivo, abbiamo memoria, si percorre un corridoio completamente bianco, nel quale, nel religioso silenzio dettato dal rispetto del luogo, riecheggiano i nomi delle vittime, quasi come se si assistesse a un rito religioso.

L’impatto della visita

La visita vera e propria inizia con una stanza, le cui pareti sono coperte interamente da foto di donne e uomini, giovani e anziani, bambini, tutti con i capelli rasati, tutti indicati con un numero, tutti omologati; l’unica reminiscenza della loro identità, del loro passato, è rappresentata dal nome, che avrebbero mantenuto per poco, ma che, in cuor loro, credo avrebbero conservato gelosamente, in quanto unica testimonianza di ciò che erano stati. È proprio quel nome che, oltre a restituirgli la dignità di cui sono stati privati, contribuisce a rendere tutto più reale. Conosciamo questa pagina della storia, tanto che oramai siamo abituati a leggere i numeri di quella strage, ma è proprio questo il problema: considerare quelle persone dei meri numeri; leggere quei nomi, pertanto, apre una piccola voragine nel cuore, rende tutto tragicamente concreto e conferisce un’identità, un volto, una storia a quei numeri.

La visita prosegue tra un edificio e l’altro, e durante gli spostamenti sembra quasi di vedere le persone, stremate e sofferenti, e di muoversi con loro. Nelle varie strutture del campo la voragine nel cuore, apertasi a inizio visita, non fa altro che ingigantirsi: vedere con i propri occhi, e non solo in foto, vestiti, scarpe, valigie, occhiali e capelli, provoca un profondo dolore; pensare che dietro quegli oggetti ci siano state delle persone, delle persone vere, con le proprie storie, i propri sogni e i propri sacrifici, provoca sofferenza, una grande sofferenza, e tanto rammarico, ma anche una profonda consapevolezza, alla quale, io credo, ognuno dovrebbe approdare.

L’attraversamento di Birkenau

Conclusa la visita ad Auschwitz, l’esperienza è stata completata dal campo di Birkenau.

Qui, ad accogliere i visitatori, vi sono le rotaie, che proseguono fin dentro il campo, all’interno del quale, un tempo, vi conducevano migliaia di persone, che sarebbero poi state destinate ai lavori forzati, oppure, se malate o fisicamente impossibilitate al lavoro, alle camere a gas.

Innanzi a quell’ingresso e a quei binari, la maggior parte delle persone, se non la totalità, ha lecitamente voluto cristallizzare quel momento e quell’immagine con una foto; non nego di averlo fatto anche io, ma al contempo pensavo a quanto mi sembrasse assurdo e surreale voler immortalare con una foto un luogo che, per milioni di persone, ha rappresentato una sentenza di morte.

Anche la visita di questo secondo campo, che si sviluppa in lunghezza, si svolge interamente a piedi: si passa davanti a ciò che resta delle camere a gas e delle centinaia di baracche che un tempo occupavano l’intera area. Ho avuto la possibilità di entrare in una delle poche baracche rimaste in piedi: era enorme, talmente grande da essere disumanizzante, dal momento che, al suo interno, come nelle altre, vi erano ammassate centinaia di persone; la sensazione lì dentro, malgrado le dimensioni, era di oppressione, di soffocamento, di sofferenza.

Ciò che resta

Il mio personale viaggio della memoria, dunque, si è concluso quel giorno, ma le emozioni, le sensazioni vissute nell’arco di quella giornata rimarranno impresse indelebilmente nel mio bagaglio di ricordi e nel mio cuore. Non credo che potrò mai dimenticare il dolore e, nello stesso tempo, la profonda umanità che ho sentito quel giorno.

Il viaggio ad Auschwitz-Birkenau permette di acquisire coscienza del nostro passato e degli abissi cui può giungere la disumanità. Ma non è solo questo: l’aspetto che rende questa esperienza indimenticabile è la profondità, l’autenticità delle emozioni che smuove, le quali risvegliano la consapevolezza della nostra meravigliosa e fragile umanità e fanno sì che si entri ad Auschwitz-Birkenau in un modo e si esca completamente diversi, forse migliori.

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