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Il confine sotto la pelle: quando il razzismo entra nei nervi

Il razzismo non nasce all’improvviso. Non è qualcosa che compare da un giorno all’altro. Si sedimenta e si costruisce lentamente, quasi senza farsi notare. Sta nei gesti quotidiani, nelle parole dette senza pensarci troppo, nei silenzi che nessuno mette davvero in discussione. Di solito lo immaginiamo come un fatto culturale, qualcosa che riguarda idee e opinioni. Ma non si ferma lì. A volte scende più in profondità, fino a influenzare il modo in cui il nostro corpo reagisce agli altri.

Come si muove il pregiudizio 

Uno studio pubblicato nel 2009 su Current Biology, condotto da Alessio Avenanti, Angela Sirigu e Salvatore Aglioti, ha mostrato che il pregiudizio può incidere sull’empatia a livello fisico.

Quando vediamo qualcuno simile a noi provare dolore, il nostro corpo reagisce automaticamente, come se quel dolore fosse anche un po’ nostro. Questa risposta, però, cambia quando la persona che soffre viene percepita come “diversa”. In quei casi si indebolisce, a volte scompare. E più sono forti i pregiudizi impliciti, più questa distanza aumenta. Non è solo una questione di valori: è anche una questione di percezione. Le conseguenze non restano nei laboratori. Una ricerca condotta nel 2016 dalla University of Virginia ha mostrato che molti studenti di medicina negli Stati Uniti credono ancora a false differenze biologiche tra persone nere e bianche, come l’idea che la pelle nera sia più spessa o che i nervi siano meno sensibili. Sono convinzioni prive di fondamenti scientifici, ma che incidono comunque sulle cure. Il dolore dei pazienti neri viene più spesso sottovalutato e trattato in modo meno adeguato. Il risultato è semplice: se pensi che qualcuno soffra meno, finisci per farlo soffrire di più.

Radici lontane di una distanza

Questa differenza nel modo di “sentire” gli altri non nasce oggi. Nella Spagna della Reconquista si parlava di “puri” e “impuri”: non c’entrava ancora il colore della pelle, ma era già presente l’idea di dividere le persone in base alla loro origine. Non è una linea diretta verso il razzismo contemporaneo, ma è uno dei passaggi che hanno reso più facile trasformare le differenze in gerarchie. Col tempo, il bianco è stato associato alla purezza e alla superiorità, il nero al pericolo e all’inferiorità. Una simbologia che ha attraversato religione, arte e filosofia. Immanuel Kant classificava gli esseri umani in razze attribuendo ai non europei caratteristiche negative; David Hume non era molto distante da questa concezione delle razze. E già Aristotele parlava di “schiavitù naturale”. Non si tratta di metterli sullo stesso piano, ma di riconoscere che per secoli la disuguaglianza è stata considerata normale. E ciò che è normale, raramente viene messo in discussione.

Le parole come confine invisibile

Espressioni come “Da dove vieni davvero?” o “color carne” sembrano innocue, ma rivelano un’idea implicita: che esista una norma e tutto il resto sia una deviazione.

C’è anche un termine per questo tipo di pregiudizio: glotofobia, cioè il giudizio verso chi parla con un accento diverso. Non lascia segni visibili, ma esclude. Trasforma la lingua in un confine invisibile. A questo si aggiungono pratiche più concrete, come la profilazione etnica, quando cioè una persona viene fermata o controllata non per ciò che fa, ma per come appare. Il rapporto 2024 della ECRI (Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza) segnala che queste pratiche, anche se vietate, continuano a emergere in diversi Paesi europei.

L’Italia davanti allo specchio

In Italia, il mito degli “italiani brava gente” continua a offrire una narrazione rassicurante. I dati raccontano altro. Nel 2024 l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidescriminazioni Razziali) ha registrato 412 denunce dirette di discriminazione razziale, quasi quadruplicate rispetto al 2020. Il CDEC ( Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) segnala un aumento degli episodi di antisemitismo, soprattutto online. E la “Mappa dell’Intolleranza” di Vox Diritti mostra che tra i bersagli più colpiti ci sono donne straniere ed ebree. Ma i numeri, da soli, non bastano. Serve guardare i momenti in cui il razzismo implicito si manifesta senza bisogno di parole. Nel 2023, a Milano, un ragazzo senegalese è crollato a terra per un malore in metropolitana. Per lunghi minuti nessuno si è avvicinato. Nessuno ha chiesto se stesse bene. Nessuno ha chiamato aiuto. Quando un passeggero ha finalmente premuto il pulsante d’emergenza, una donna ha commentato: Pensavo stesse solo facendo scena”.

Non c’è insulto, non c’è aggressione.

C’è qualcosa di più sottile e più rivelatore: la sospensione dell’empatia. È lo stesso meccanismo che gli studi neuroscientifici mostrano con chiarezza: non reagiamo allo stesso modo davanti al dolore degli altri. Il razzismo, allora, non è solo ciò che pensiamo. È anche ciò che non riusciamo — o non vogliamo — sentire.

Non continua a esistere perché è vero, ma perché in qualche modo funziona: semplifica, divide, rende il mondo più facile da controllare.

E funziona meglio proprio quando sembra normale.

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