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La tragedia delle Maldive 

tra imprevedibilità e cooperazione 

C’è un’immagine che, più di tutte, tormenta chiunque si sia accostato al racconto della tragedia relativa all’atollo di Vaavu, nelle Maldive: una ragazza rimasta a bordo di una barca, da sola, a guardare l’orizzonte. È l’unica sopravvissuta di un gruppo che, all’alba di una mattina qualunque, si è immerso nel blu di una grotta sottomarina per non fare più ritorno. Cinque sub italiani, tra cui la professoressa Monica Montefalcone e sua figlia Giorgia, e un militare locale, morto durante i tentativi di soccorso, hanno perso la vita in quello che doveva essere un paradiso e si è trasformato in un incubo. Una strage che lascia l’amaro in bocca non solo per la perdita di vite, ma perché spezza una certezza: quella che l’esperienza possa sempre salvarti. 

Le regole sulla carta erano chiarissime. Non parliamo di sprovveduti dell’ultima ora, ma di scienziati ed esperti con una profonda conoscenza tecnica alle spalle. Eppure, il mare ha ribadito la sua legge più antica e spietata: il mare non perdona.

Quando lo shock emotivo comincia a diradarsi, subentrano però le domande. Di fronte a drammi del genere, che avvengono in acque lontane, la commozione cede inevitabilmente il passo alle tutele legali. Come si muove la macchina della giustizia internazionale quando il mare diventa una tomba?

La prima rogatoria e la caccia alle prove

I recenti sviluppi della cronaca offrono un perfetto caso studio di come il diritto interno si intrecci con quello internazionale. Dopo il rientro delle salme in Italia, si sono infatti concluse le autopsie disposte dalla Procura di Roma. I primi riscontri medico-legali hanno escluso traumi evidenti sui corpi, orientando le ipotesi degli investigatori sull’asfissia e l’annegamento. Tuttavia, per fare piena luce sulla dinamica e accertare se ci siano state colpe umane, la magistratura italiana ha dovuto compiere il suo primo e fondamentale passo formale, quello cioè della presentazione di una rogatoria internazionale.

La Procura di Roma, che indaga per omicidio colposo contro ignoti, ha chiesto ufficialmente alle autorità di Malé la trasmissione degli atti d’indagine locali e, soprattutto, il sequestro e l’invio in Italia di tutte le attrezzature tecniche utilizzate dai cinque sub. Tra queste spiccano i computer subacquei, le bombole (necessarie per effettuare esami tossicologici e capire se l’aria all’interno fosse contaminata), e una videocamera Go Pro recuperata all’interno della grotta, che potrebbe aver filmato gli ultimi, drammatici istanti della spedizione.

Il labirinto della giurisdizione e il diritto del mare

Questo passaggio accende i riflettori sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e sul complesso principio di sovranità statale.

Essendo l’incidente avvenuto all’interno delle acque territoriali delle Maldive, ossia entro le 12 miglia nautiche dalla costa, la sovranità penale assoluta sul luogo dell’accaduto appartiene interamente allo Stato ospitante. L’Italia, di conseguenza, non ha il potere giuridico di inviare i propri investigatori per sequestrare oggetti o interrogare testimoni sul territorio maldiviano senza autorizzazione.

È qui che entra in gioco il diritto internazionale penale. L’Italia attiva la propria competenza giudiziaria basandosi sul principio della personalità passiva, una norma che dà allo Stato il diritto di indagare quando le vittime di un potenziale reato sono suoi cittadini. Ma per raccogliere le prove materiali l’attivazione della rogatoria diventa indispensabile: si tratta di una richiesta formale di assistenza giudiziaria attraverso la quale l’Italia chiede alle Maldive di compiere atti d’indagine per suo conto e di condividere i risultati delle autopsie.

Oltre la cronaca: l’effetto sulle regole del mare

Mentre i magistrati dei due Paesi cercano di far cooperare i rispettivi sistemi giudiziari, la tragedia ha già prodotto un impatto concreto sulla normativa locale. Il governo delle Maldive ha infatti annunciato una nuova e severa stretta legislativa sulle immersioni tecniche e speleologiche, introducendo standard più rigidi per l’accesso alle grotte sottomarine nel tentativo di evitare il ripetersi di simili drammi.

Alla fine di questo viaggio tra autopsie, rogatorie e decreti resta il fattore umano. Questa vicenda ci ricorda che il diritto nasce per regolamentare uno spazio che l’uomo non potrà mai dominare del tutto. Le regole scritte dagli uomini servono a fare giustizia dopo, ma l’unica legge che conta durante è il rispetto assoluto dell’elemento naturale. Un rispetto che, purtroppo, questa volta è costato il prezzo più alto.

Margherita Pastorello

Studentessa in marketing e Comunicazione. Appassionata di Politica, diritto internazionale e diritti dell’infanzia.

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