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A chi scriveresti se sapessi di dover morire?

Vivere soli, scomparire in silenzio: l’App“Are You Dead?” che fotografa la nuova metamorfosi sociale

Siamo di fronte ad una metamorfosi sociale: da insieme di individui, uniti da rapporti di varia natura, tra cui si instaurano forme di cooperazione per assicurare la sopravvivenza, a una società di single. Non esiste un numero esatto globale preciso per i single, ma il fenomeno è in forte crescita ovunque: sono milioni di persone che vivono sole, e il trend indica un aumento costante, con stime, secondo i dati Istat, che vedono circa un terzo delle famiglie monocomponente entro il 2050.

La società cambia e la tecnologia viene in soccorso, letteralmente. Stiamo parlando di una nuova app dal nome diretto e disturbante “Are You Dead?”, che ha iniziato a spopolare in Cina tra i single, scalando rapidamente le classifiche di download.

Dietro a questa app, un semplice quesito: a chi scriveresti se sapessi di dover morire e sei solo?

L’idea che una vita possa spezzarsi da un momento all’altro mette a nudo una delle paure più profonde dell’essere umano: quella di sparire senza avere la possibilità di salutare i propri cari, di non riuscire a sistemare delle questioni, di non avere avuto il tempo per fare delle esperienze, ma se il filo della vita umana viene reciso e il soggetto in questione non ha nessuno, è solo, rischia di andarsene senza lasciare traccia, senza che nessuno se ne accorga, la paura può diventare ancora più profonda.

Per questo motivo, questa domanda così inusuale, che può far rabbrividire all’inizio, può diventare l’occasione per mettere in ordine un’esigenza carica di vita.

Un’idea potente, una app semplice

Il nome originario di questa app è Sǐleme, la cui traduzione è “Sei morto?”, ma ha cambiato nome in alcune versioni internazionali diventando Demumu, che significa “Mamma del legno”, proprio per evitare un riferimento così esplicito alla morte, anche se la logica che anima questa app resta invariata.

Il funzionamento è estremamente semplice e ricalca l’obiettivo di un dispositivo salvavita molto diffuso tra gli anziani italiani per evitare che una persona anziana che vive sola possa avere un malore o un incidente senza che nessuno lo sappia.

L’app cinese si connette idealmente a questo dispositivo, ma non richiede un intervento immediato: l’utente deve effettuare un check-in periodico, generalmente ogni 48 ore, premendo un pulsante con la scritta “sono ok”. Se il check-in non avviene entro il tempo stabilito, l’app invia automaticamente un messaggio di allarme ai contatti di emergenza precedentemente selezionati.

Innovazione etica o specchio della solitudine?

Ci si chiede se questa applicazione rappresenti davvero una svolta etica nel campo della prevenzione, o se sia piuttosto il sintomo di una profonda solitudine urbana.

Per molti osservatori, la risposta si trova soprattutto nella seconda ipotesi. La diffusione dell’app è strettamente legata all’aumento delle persone che vivono da sole, un fenomeno in forte crescita in Cina: secondo il China Statistical Yearbook 2025, infatti, circa il 20% delle famiglie cinesi è composto da una sola persona e le proiezioni indicano che entro il 2030 questa percentuale potrebbe superare il 30%. Sono numeri impressionanti, se rapportati a una popolazione di circa 1,41 miliardi di abitanti, che vive nel secondo paese più popoloso al mondo (il primo è l’India).

Tra sicurezza e controllo: il nodo etico

Dal punto di vista etico, l’app presenta luci e ombre.

Da un lato, può essere considerata una forma di riduzione del rischio: una rete minima di sicurezza per chi non ha nessuno in casa e vuole tutelarsi. In questo senso, la tecnologia risponde a un bisogno reale, offrendo una soluzione concreta a una fragilità quotidiana. Dall’altro lato, però, il funzionamento dell’app implica una forma di tracciamento costante, anche se soft. Orari, abitudini, frequenza dei check-in diventano dati potenzialmente sensibili. Se queste informazioni venissero conservate o condivise, il confine tra tutela e sorveglianza diventerebbe estremamente sottile, il che pone un secondo ordine di problemi: possiamo davvero sentirci al sicuro rispetto ai dati che affidiamo a queste applicazioni? O resta sempre una zona d’ombra tra ciò che dichiarano di sapere e ciò che, in realtà, possono ricostruire delle nostre vite?

L’impatto emotivo: conforto o nuova ansia?

Se invece consideriamo questa app sul piano emotivo, l’effetto è ambivalente. Per molte persone che vivono sole, questo strumento rappresenta una rassicurazione: riduce l’ansia notturna, la paura di non essere trovati, la sensazione di vulnerabilità assoluta. Sapere che qualcuno verrà avvisato può fare la differenza. Allo stesso tempo, però, l’app può diventare un promemoria costante della propria fragilità, un po’ come accorgersi di essere usciti senza il telefono: se negli anni ’80 le persone vivevano senza l’assillo di dover comunicare la propria presenza, ora dimenticarsi lo smartphone a casa può far salire il livello d’ansia. Allo stesso modo, dimenticare un check-in può generare panico nei contatti di emergenza e senso di colpa in chi lo ha causato.

In una lettura più positiva, alcuni utenti la utilizzano come una scusa legittima per riallacciare relazioni: “Ti ho messo come contatto di emergenza”. Un gesto semplice che può riaprire dialoghi e rafforzare legami sfilacciati dalla lontananza. Per altri, invece, questa responsabilità può trasformarsi in un peso. Quanto è determinante, oggi, sapere di poter contare davvero su qualcuno? Di avere delle persone che, a prescindere da tutto, si possano chiamare “casa”?

La tecnologia come cerotto

In questo senso, l’app può essere letta come una “tecnologia tampone”: una soluzione minima e digitale applicata a una ferita molto più profonda, quella dello strato sociale. Invece di reimparare a ricostruire legami sociali solidi, si interviene con un sistema automatico che chiede semplicemente: “Sei ancora vivo?”.

Alla fine, la vera domanda, forse, non è se queste app siano utili o meno, ma se una società in cui servono applicazioni per accorgersi che qualcuno è vivo, può davvero dirsi “in salute”?

Curate ut valeatis, abbiate cura di stare bene.

Margherita Pastorello

Studentessa in marketing e Comunicazione. Appassionata di Politica, diritto internazionale e diritti dell’infanzia.

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