L’ora della verità: cosa si cela dietro alla catastrofe di Černobyl’?
Il 26 aprile 1986 alle ore 1:23:45 avvenne l’“inaspettato” disastro nucleare nella centrale di Černobyl’, nell’Ucraina Sovietica. A causa di un’esplosione nel Reattore numero 4 dell’impianto, un’enorme quantità di materiale radioattivo venne dispersa nell’ambiente: i radionuclidi furono rilasciati in tutto l’emisfero settentrionale e un numero imprecisato di esseri viventi subì conseguenze fatali. L’evento avvenne in un periodo in cui Michail Gorbačëv, Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, stava tentando di riformare l’URSS attraverso politiche come glasnost e perestrojka: non appena la catastrofe ebbe luogo, il Governo Sovietico fece repentina marcia indietro andando contro gli indirizzi programmatici appena introdotti.
Cosa accadde a Černobyl
È necessario fare un viaggio nel tempo e tornare a quella notte, alle 1:23:45 del 26 Aprile 1986. Nella centrale nucleare di Černobyl’, a 18 chilometri dalla città di Pryp”jat’, sono in corso test di sicurezza su uno dei quattro reattori della centrale. Gli ingegneri stanno verificando se il sistema di raffreddamento possa funzionare anche in assenza di energia elettrica, normalmente necessaria per ridurre la potenza del reattore. ll processo non funziona se la potenza del reattore è troppo bassa o se il reattore è instabile, come accadde al Reattore 4. Durante il test nessuno se ne accorse: il calo improvviso di energia nella turbina provocò l’evaporazione dell’acqua di raffreddamento, la perdita di controllo del reattore e due esplosioni consecutive. Inoltre, l’impianto presentava gravi carenze progettuali. La prima di queste (prevista dalle norme internazionali e, in generale, dal buon senso) consiste nella duplicazione dei sistemi di protezione e di emergenza. Uno di essi avrebbe dovuto funzionare indipendentemente dall’intervento umano. Sarebbe stato fondamentale lo spegnimento automatico del reattore in caso di incidente. Il reattore RBMK non era dotato di un sistema di protezione secondario di questo tipo. È stato il più grande errore di progettazione, perché se ci fosse stato quel sistema, certamente non ci sarebbe stata alcuna esplosione a Černobyl’. I progettisti commisero un altro errore di progettazione non consentendo l’accesso ai sistemi di sicurezza. Durante il test gli operatori disattivarono manualmente i sistemi di sicurezza, e i progettisti non predisposero protezioni adeguate: una negligenza grave. L’RBMK, per la sua geometria e costruzione, non avrebbe mai dovuto esistere.
Le radiazioni
I primi giorni dopo la catastrofe l’URSS decide di negare totalmente al mondo la verità, facendo passare l’incidente nucleare come un semplice incendio. Durante l’intervento per spegnere l’incendio, i pompieri assorbirono un’enorme quantità di radiazioni, poiché il Cesio irradiò direttamente i loro corpi. In un primo momento i tecnici stimarono livelli di radiazione nelle aree del Reattore 4 pari a 5,6 Roentgens al secondo, ovvero più di 20.000 Roentgens all’ora. Basti pensare che la dose letale per l’uomo è di circa 500 Roentgens in 5ore. I lavoratori, non protetti, come i giovani mandati a disattivare le barre di moderazione, ricevettero dunque la dose fatale in meno di un minuto…
Come reagì il Governo Sovietico
Il Governo Sovietico reagì al disastro con totale confusione: le autorità di Mosca avocarono a sé il piano d’emergenza, nonostante il reattore fosse situato nella Repubblica Socialista Sovietica Ucraina; sebbene conoscessero pienamente la gravità dell’evento, inviarono alle autorità di Kyiv, impegnate direttamente nella gestione dell’incidente, istruzioni con un ritardo eccessivo. Durante il periodo della guerra fredda l’energia nucleare era argomento sottoposto al massimo segreto e ciò rinforzò ancor di più la politica sovietica di occultamento della verità. Tuttavia dopo poco tempo si incominciarono a misurare radiazioni di livello preoccupanti negli Stati confinanti e bastò poco tempo al mondo per capire che l’origine era a 130 km da Kyiv, in quel luogo di disastro e tragedia.
Fino a quando la Svezia non denunciò un’attività radioattiva anomala proveniente dal territorio dell’Unione Sovietica. Il Governo Sovietico rimase in silenzio sulla questione, sia internamente che a livello internazionale. Il 14 maggio 1986 Gorbacëv affrontò per la prima volta il tema Černobyl’ alla televisione di Stato ma, invece di assumersi la responsabilità dei danni, definì i resoconti dei media internazionali “bugie maligne” e parte di una “campagna altamente immorale”. Le autorità sovietiche parlarono solo sotto la pressione dei Paesi vicini e dei media; senza di essa avrebbero mantenuto il silenzio. Gorbačëv riteneva che segretezza e mancanza di comunicazione stessero indebolendo l’Unione Sovietica e che dunque la glasnost, una politica di apertura, fosse necessaria per garantire la sopravvivenza dell’Unione stessa. Il dopo-Černobyl’ invece contribuì pesantemente ad incrinare le fondamenta su cui la glasnost avrebbe potuto affermarsi, contribuendo alla caduta dell’Unione Sovietica con l’aborto delle riforme che avrebbero potuto darle ulteriore continuità.
Le conseguenze
Il paese era economicamente debole e politicamente instabile già prima del disastro: Černobyl’ senz’altro ne accelerò il declino a causa della ferita inflitta a un sistema già in fallimento. Entrambe le politiche (glasnost e perestrojka) tentarono di operare in un contesto sociale a rischio: il disastro rivelò gli interessi egoistici del Governo. Il disastro comportò enormi costi economici per l’URSS, stimati in circa 230 miliardi di dollari, causando disoccupazione crescente e un grave declino agricolo in Bielorussia e Ucraina. A livello internazionale il governo continuò a minimizzare il disastro, ma la quantità di radiazioni che si riversava nei paesi vicini rendeva difficile credergli. Gorbačëv stesso in tempi successivi, avrà modo di dichiarare che “il disastro nucleare di Černobyl’ fu forse la vera causa del crollo dell’Unione Sovietica”.
“Qual è il prezzo delle bugie? Non che le confondiamo con la verità. Il vero pericolo è che abbiamo ascoltato tante di quelle bugie, da non riconoscere più la verità. Cosa fare, allora? Non resta che abbandonare anche l’idea della sola verità ed accontentarci delle storie. In queste storie non importa chi siano gli eroi. Quello che vogliamo sapere è: a chi dare la colpa?”
– Valerij Alekseevič Legasov (Valerij Alekseevič Legasov è stato un chimico sovietico, noto in particolare per aver indagato sul disastro di Černobyl’ e per aver rivelato particolari scomodi e sgraditi al governo sovietico; costretto al silenzio, si suicidò due anni dopo il disastro).

