Attualità

Etichette o espressioni di sé? La Paressìa al giorno d’oggi

Nell’antica Atene la democrazia si reggeva su tre pilastri: isegoria, isonomia e parresìa. Quest’ultima, dal greco παρρησία — letteralmente pan-rhema, “dire tutto” — indicava il diritto, e insieme il coraggio, di esprimere la verità senza filtri. Filosofi come Socrate, Platone, Aristotele ed Euripide difendevano l’idea che una polis libera avesse bisogno di cittadini capaci di parlare con sincerità, tanto nel dibattito pubblico quanto nel confronto con sé stessi. Ma a distanza di 25 secoli, siamo davvero in grado di esercitare quella stessa parresìa? La verità verso sé stessi non è un semplice riconoscimento: è un esercizio di autenticità che smonta autoinganni, illusioni e narrazioni consolatorie. Accettare ciò che è, senza piegarlo a ciò che vorremmo fosse, è una forma di abnegazione. Senza questa disciplina – quel “boccone asciutto” che tentiamo di addolcire -come può avvenire qualsiasi reale trasformazione? L’etichetta offre un’identità già confezionata, una grammatica dell’essere alla quale aderire senza attraversare la fatica del domandarsi chi siamo veramente. È più semplice dire “sono questo” che interrogare ciò che questo implica, ma la parresìa esige l’opposto: non un’identità assunta, bensì un’identità svelata. Per questo la domanda diventa inevitabile: quando ci definiamo attraverso un’etichetta, ci stiamo identificando genuinamente o ci sottraiamo a quel confronto più radicale – e più temuto – in cui la verità non è un segno da indossare, ma un processo da vivere?

Etichette che definiscono- o intrappolano

Le etichette, quando diventano rigide, rischiano di imprigionare l’identità; quando invece vengono usate in modo flessibile o “giocoso”, aprono nuovi spazi di significato e relazione. Proprio qui si inserisce il legame con la parresìa, ovvero dire la verità con coraggio. Usare o reinventare un’etichetta per descrivere sé stessi – ad esempio attraverso il playful self-labelling – è già di per sé un atto parresiastico: significa esporsi, dichiarare qualcosa di vero su di sé sapendo che questo può mettere in discussione l’immagine che gli altri hanno di noi o le categorie sociali consolidate. È un gesto che richiede sincerità ma anche vulnerabilità, perché comporta il rischio di non essere compresi, di essere giudicati o di rompere equilibri relazionali. La parresìa, infatti, non riguarda solo la verità che viene detta, ma anche il rapporto tra i soggetti coinvolti: l’’uso delle etichette non è mai neutro: ogni volta che scegliamo una parola per definirci o per definire l’altro, creiamo o modifichiamo un legame. Se le etichette vengono imposte, possono ferire; se vengono condivise e negoziate, possono diventare strumenti di riconoscimento reciproco. L’etichetta e la parresìa si incontrano in un punto preciso: nel coraggio di affermare un’identità, pur sapendo che le parole possono sia unire sia dividere. Dichiararsi apertamente o accogliere l’identità che l’altro rivendica – è un atto che richiede accettazione di sé e rispetto del altro. Senza questa apertura, l’etichetta diventa una gabbia; con essa, può trasformarsi in un ponte.

Emancipazione non è licenza

La libertà di parola non è sfogo, ma responsabilità: il gesto sottile di dire il vero senza cancellare l’altro. Non di rado siamo noi a rimanere imprigionati nelle parole che pronunciamo. La parresìa ci invita allora a un coraggio più raro: parlare con sincerità, ma senza ridurre l’umano a formule, e rivolgere questa stessa trasparenza anche verso noi stessi. E forse la domanda è proprio questa: quanto siamo consapevoli del potere delle parole che scegliamo?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *