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“Dracula – l’amore perduto”, viaggio nella psiche umana

“Dracula – L’amore perduto”, film prodotto dal genio di Luc Besson, uscito nelle sale italiane il 29 ottobre di quest’anno, ci offre un viaggio immersivo nella psiche, nel lato più recondito e, per certi tratti, oscuro, dell’inconscio, tra dipendenza affettiva, traumi, lutti irrisolti e depressione.

Una reinterpretazione in chiave moderna 

Quella che Besson ci propone è, dunque, una reinterpretazione del vampiro per antonomasia, reso quanto mai umano e moderno, emblema di temi con cui l’uomo odierno si confronta quotidianamente.

Il principio di tutto 

L’incipit della pellicola è, evitando qualsiasi anticipazione, a beneficio di chiunque non abbia ancora avuto la possibilità di vederla, la morte violenta di Elisabetta, la donna amata dal protagonista, per mano degli Ottomani. 

La morte della donna rappresenta un punto di svolta nella vicenda: il principe Vlad, devoto alla sua amata, sprofonda in un baratro di dolore senza fine, rinnega la propria fede divenendo da quel momento, a tutti gli effetti, il Conte Dracula, condannato all’immortalità e, dunque, ad una condizione di sofferenza perpetua. 

I traumi infantili e la dipendenza affettiva 

Già dai primi istanti del film è possibile cogliere un primo tema, ancora attuale nella società contemporanea: la dipendenza affettiva. Quello che sembra essere un amore incommensurabile e travolgente tra il Conte Dracula e la sua amata, si colloca al limite della dipendenza: il protagonista avverte un bisogno impellente di vicinanza, sia fisica che emotiva, ad Elisabetta, antepone il loro amore a qualsiasi altro aspetto della vita, e si strugge per la loro separazione, prima a causa della guerra, poi per la di lei morte prematura. Egli, come è tipico di questa condizione, presenta i tratti caratteristici delle dipendenze comportamentali, quali, per esempio, il craving, vale a dire il forte desiderio in assenza dell’oggetto, o in questo caso della persona, nei confronti della quale si è sviluppata la dipendenza. Chiaramente è difficile risalire alla storia familiare di un personaggio letterario, ma ciò che possiamo dire è che, generalmente, fenomeni di dipendenza affettiva si manifestano in coloro i quali, nell’infanzia, hanno dovuto fare i conti con situazioni di abbandono e trascuratezza ad opera delle figure nei confronti delle quali si è sviluppato l’attaccamento, andando così a generare insicurezze e paura dell’abbandono.

Un lutto mai superato

Un ulteriore tema che possiamo sicuramente rilevare nel film, riguarda il trauma ed il lutto irrisolto. 

La morte di Elisabetta incide una ferita profonda nell’anima di Dracula, che egli, però, non ha la forza di curare; tale ferita, viceversa, sembra essere costantemente aggravata dal tempo, facendo cadere il protagonista, molto probabilmente, in quello che il DSM-5, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, ha definito “disturbo da lutto persistente”: Dracula manifesta infatti sintomi quali la nostalgia persistente per la donna defunta, la tristezza intensa, la rabbia eccessiva, nei confronti della vita, per avergli strappato la sua amata, e nei confronti di sé stesso; ancora, l’anestesia emotiva e l’incredulità, se non addirittura la negazione, della perdita, che lo porterà ad aspettare e cercare Elisabetta nei secoli successivi.

Il baratro della depressione

Tutte le tematiche trattate fino ad ora ci conducono all’ultimo grande argomento, legato alla salute mentale, emerso dalla pellicola, vale a dire la depressione. 

Al momento della perdita, Dracula, sopraffatto dall’accaduto, precipita in un vortice inarrestabile e incontenibile di dolore lancinante, rassegnazione, senso di impotenza, sfiducia nel futuro ed anedonia, che il dizionario Treccani definisce come “incapacità di provare piacere, con appiattimento affettivo e dell’emotività”. Tutte queste emozioni sfociano nel ripetuto, seppur fallimentare, tentativo del protagonista di togliersi la vita, al fine di ricongiungersi con la sua amata Elisabetta, dal momento che non riesce in alcun modo ad immaginare un futuro in sua assenza che valga la pena essere vissuto.

L’umanità del Conte Dracula 

Il ritratto che ci viene proposto del Conte Dracula non è, dunque, quello del classico vampiro, ma quello di un uomo, di un uomo meravigliosamente umano che, in quanto tale, ha le sue fragilità, i suoi punti d’ombra, le sue ferite, le sue criticità; un essere vivente quindi, non un mostro, il quale ha bisogno di essere accolto e aiutato. 

Dracula o, per meglio dire, Vlad, forse in fondo altro non è che un inguaribile romantico, un uomo profondamente innamorato e devoto alla propria donna, ma non altrettanto innamorato della vita, tanto da continuare a vivere con la “v” maiuscola: non nell’attesa e nella ricerca costante, ma nel “qui e ora”, godendo e apprezzando ogni istante, se non per sé stesso, perlomeno per il suo amore perduto.

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