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40 secondi: il film che riapre una ferita collettiva

Colleferro, 6 settembre 2020, ore 3.15. Willy Monteiro Duarte, 21 anni, di origine capoverdiane, viene ucciso dai gemelli Lorenzo e Federico Bianchi dopo aver difeso un amico in una lite. L’aggressione dura 40 secondi. Willy lavorava in un ristorante stellato e proprio quel giorno aveva avuto una soddisfazione. L’omicidio nasce da un malinteso nel locale “Futura”: una parola di troppo, una spinta, un colpo. Nelle 24 ore precedenti, la sua vicenda si intreccia con quelle di Maurizio, Michelle e i gemelli. Maurizio, succube di Cosimo, legato ai gemelli, prende la macchina del padre, sbanda e perde le chiavi. Michelle, che sta per trasferirsi a Parigi, decide di lasciare Cristian. Willy, legato alla madre, era con altri amici quando viene chiamato per difendere Christian. Si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Quattro prospettive in un solo film 

Il regista Vincenzo Alfieri racconta la drammatica storia di Willy, ispirandosi al libro di Federica Angeli, e lo fa utilizzando i quattro punti di vista delle persone coinvolte che portarono al tragico evento. 24 ore di vita, partendo dal Maurizio di Francesco Gheghi che innescò, indirettamente, la brutale violenza dei “Gemelli” solo per (non) aver fatto un commento esplicito a Michelle (Beatrice Puccilli), dopo una serata in discoteca. Seguono i fratelli Bianchi e lo stesso Willy Monteiro Duarte.  Accanto alla tensione, la frustrazione scaturita dalla provincia. Ragazzi e ragazze che hanno bisogno di lasciare una realtà limitata perché “bisognosi di qualcosa di più”, come Willy e Michelle, e poi quelli che stanno bene e non vogliono sentire i pareri degli altri, come l’ex fidanzato di Michelle, ovvero Christian.

Le tematiche fondamentali

“40 secondi” esplora due temi principali: la casualità e le coincidenze che portano al dramma, e il maschilismo dilagante nella società contemporanea. La narrazione si sviluppa attraverso quattro prospettive: Maurizio, Michelle e i gemelli Federico e Lorenzo (Giordano Giansanti e Luca Petrini, scelti tramite street casting per maggiore autenticità), che hanno aggredito Willy (Justin De Vivo), protagonista con i suoi sogni e speranze. Rivelare Willy solo alla fine crea un climax efficace, sottolineando l’intervento amichevole e casuale nella vicenda. Il maschilismo, inserito in una realtà provinciale dove tutti si conoscono, è amplificato dai social media e da situazioni familiari disfunzionali. Possesso, diritti senza doveri, pregiudizi razziali e di genere evidenziano la diseducazione affettiva e la confusione intellettuale delle nuove generazioni, cresciute senza guida negli anni cruciali dello sviluppo, creando rivalità e tensioni destinate a esplodere. 

Un finale che ha il sapore di “ingiustizia”

Nel finale del film “40 secondi”, la rivelazione da parte dello chef del ristorante in cui lavorava Willy è un momento di grande impatto emotivo e drammatico. Lo chef svela che Willy aveva appena ottenuto una promozione, grazie al suo coraggio e al talento dimostrato nel proporre una variazione personale a un piatto. Questa notizia sottolinea l’enorme ingiustizia della sua morte. Willy non era solo una vittima innocente, ma un ragazzo pieno di vita, di determinazione, e con un futuro brillante davanti, pronto a realizzare il suo sogno di diventare chef. Rivelare questo dettaglio quando ormai è troppo tardi amplifica il dolore e la tragicità dell’evento, mostrando come la violenza insensata abbia distrutto non solo un ragazzo gentile, ma anche i suoi sogni e la sua carriera appena iniziata. 

Le mie conclusioni

“40 secondi” è un film secco e asciutto su una drammatica storia vera. Necessario anche se forse leggermente ridondante, su una realtà di provincia che a causa di una serie di terribili coincidenze ha visto concludersi la vita di un ragazzo poco più che ventenne. La pellicola si concentra proprio sulla banalità del male e su quanto dovremmo dare peso anche ai piccoli gesti, non solo a quelli più eclatanti, perché chissà dove possono portare: al bene ma anche al male. La parte finale del film, che racconta il pestaggio, mi ha lasciato senza parole, non solo per la bravura degli attori, ma anche per quello che mi hanno trasmesso: dolore e rabbia per un ragazzo ucciso solo per salvare un amico. Il regista Vincenzo Alfieri ha saputo ricostruire un accaduto toccante in maniera chiara, realistica e piena di emozioni.

Giacomo Fiengo

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