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Lavoro e disabilità, il grande inganno dell’inclusione

Sospesi in attesa di un’opportunità. In Italia l’inclusione delle persone con disabilità funziona, ma solo fino a una certa età. Durante l’infanzia gli spazi di inserimento nella società sono tutto sommato garantiti da una legislazione all’avanguardia. Poi però quei bambini diventano adulti e come tali aspirano a conquistare la propria autonomia. È allora che la grande impalcatura dell’inclusività crolla. E non c’è legge che tenga.

Secondo l’ultimo rapporto del Cnel sul mercato del lavoro in Italia, solo il 33% delle persone con gravi limitazioni e il 57% di quelle con disabilità lieve risultano occupati. Se si parla di giovani adulti disabili la situazione peggiora: secondo il report, due terzi di loro né lavorano né studiano.

Quel senso di abbandono

“La difficoltà di trovare lavoro è direttamente proporzionale al loro desiderio di ottenerlo, ma le aziende prediligono chi ha disabilità fisiche”, raccontano Monica e Roberto, genitori di Tommaso, un ragazzo autistico di 25 anni. “Questa situazione provoca frustrazione e lede profondamente la dignità umana”, spiegano. I genitori si sentono, così, abbandonati, lasciati soli ad affrontare le difficoltà quotidiane e il senso di incertezza che accompagna il futuro.

Cosa prevede la legge italiana e perché non basta

Nel nostro Paese esiste un sistema di collocamento mirato regolato dalla legge 68 del 1999, che ha introdotto anche l’obbligo per le aziende di riservare quote di assunzione alle persone disabili. Le imprese spesso, però, riescono ad aggirare la normativa pagando una sanzione preventiva. Secondo Andel (Agenzia nazionale disabili e lavoro), circa il 75% degli iscritti al collocamento ha bisogno di percorsi di affiancamento, e solo il 25% di loro, composto dai cosiddetti “disabili abili”, riesce a trovare lavoro. Tra gli avviati all’occupazione poi, due disabili su tre perdono l’impiego entro il primo anno, principalmente a causa dell’assenza di supporto dopo l’assunzione.

Creare il lavoro che non c’è

Non tutti, però, si rassegnano all’esclusione e al rifiuto. Esistono luoghi creati appositamente per dare un lavoro alle persone con disabilità, per costruire scenari alternativi. Posti come PizzAut e RossaSera. “I ragazzi passano dall’essere un costo sociale all’essere una risorsa sociale”, spiega Nico Acampora che, con PizzAut, forma e impiega nella sua pizzeria persone affette da autismo. Poi c’è RossaSera, una cooperativa di Alcamo (Trapani) che,  grazie a un percorso di agricoltura sociale, in pochi anni è riuscita a rendere produttivi campi da tempo incolti, permettendo a un gruppo di persone disabili di imparare a lavorare la terra.

Nel corso del G7 per la disabilità 2024 è stato messo a punto un testo programmatico noto come Carta di Solfagnano. L’obiettivo del documento è costruire le condizioni per garantire “la vita autonoma e indipendente” delle persone disabili. A due anni dalla firma, gli obiettivi della Carta non sono ancora stati raggiunti. Attualmente, l’inclusività nel mondo del lavoro è poco più che uno slogan e la realtà dei fatti, per le persone disabili, è fatta di esclusione sociale.

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