Frankenstein, il mostro dentro di noi
Frankenstein, ultimo capolavoro del famoso regista Guillermo Del Toro, è stato accolto da una standing ovation di 13 minuti durante la prima visione al Festival del Cinema di Venezia. Il film è un riadattamento, nella Los Angeles odierna, del celebre e omonimo romanzo di Mary Shelley. Ma Del Toro non si limita a rifare la storia e tanti sono gli elementi di originalità: dall’utilizzo dei colori che trasmettono le esperienze primordiali che spingono il ciclo trasformativo di vita dell’essere umano, al richiamo tragico di mostri mitologici, fino alla scelta di affidare a uno stesso interprete molteplici ruoli. Questo film, dolcemente tragico, risveglia nello spettatore una forte empatia nei confronti del mostro, presentandolo come un simbolo di vulnerabilità.
L’interpretazione di Jacob Elordi e le emozioni nello spettatore
La Creatura si presenta a noi come uno spirito innocente e ancora inconsapevole del fatto che la crudeltà e il male siano caratteristiche intrinseche del mondo, della vita e dell’uomo. Un bambino che cresce attraverso traumi universali, spesso legati all’infanzia e di cui si perde la memoria, e che sperimenta nella sua vita la solitudine e l’abbandono. La diversità della creatura permette allo spettatore di identificarsi nelle sue emozioni, suscitando sentimenti di tenerezza in chi lo guarda; verso quello che potremmo definire uno specchio delle nostre fragilità. Essendo il mostro privato della morte, la massima liberazione dal dolore della vita, è profonda la tenerezza che si prova nei suoi confronti, che porta a riflettere sul dono della mortalità.
All’inizio, il “moderno prometeo” è preda del suo creatore, vittima della violenza del “padre”, di cui non comprende la cattiveria. Ma le sue esperienze di vita lo portano ad affrontare la dualità delle forze che governano l’uomo: la vita e la morte, la dolcezza e la violenza, la bellezza e l’orrore.

