Attualità

La guerra sui social media

In guerra la prima vittima è la verità. Lo diceva Eschilo, più di duemila anni fa. La massima resta valida pure nell’era dei social media, che rivestono un triplice ruolo nei teatri di conflitto: mezzo di denuncia degli abusi dei regimi, diffusori di odio e cassa di risonanza delle fake news. Lo dimostrano non solo i conflitti che dominano l’informazione globale ma anche quelli meno mediatici in corso in Sudan e in Nagorno-Karabakh.

Le primavere arabe, l’inizio della parabola ascendente

    Alla fine del 2010, nel mondo arabo, Facebook contava 21.361.830 milioni di utenti. Quasi l’80% in più rispetto all’anno precedente (11.978.300, secondo i dati dell’Arab Social Media Report). Quali sono le ragioni di un incremento così esponenziale? In due parole: Primavere Arabe, non a caso ribattezzate “rivoluzioni di Internet”.

    Gli esperti concordano su una questione: i nuovi media non sono la causa delle rivolte, ma ne accelerano il processo, favorendo l’organizzazione delle reti degli attivisti.

    I social media come creatori e veicoli di fake news

      I social media sono diventati parte integrante della narrazione bellica, soprattutto dall’inizio delle Primavere arabe, circa dieci anni fa. Strumento potente, la rete, ma anche arma a doppio taglio. Le informazioni circolano con una scarsa mediazione e spesso il virtuale si confonde col reale. Il giorno dell’invasione russa dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, per esempio, il Tg2 trasmette alcune immagini che mostrano una pioggia di missili su diversi edifici civili. La fonte? Il videogioco War Thunder.

      Non un caso isolato. La disinformazione segna anche la narrazione della guerra tra Israele e Hamas. La cattura di un alto ufficiale dell’esercito israeliano è in realtà un video pubblicato nello stesso periodo dalle forze di sicurezza dell’Azerbaigian.

      Nella creazione di fake news un ruolo fondamentale viene giocato anche dall’intelligenza artificiale. È inizio novembre quando la foto di un bambino, immortalato con il volto sporco di polvere e sangue e circondato dalle macerie, rimbalza su diversi account social per denunciare gli abusi dell’esercito israeliano sui palestinesi. Qualcosa nello scatto, però, non torna: il bambino ha sei dita della mano sinistra e gli occhi sono troppo grandi rispetto al resto del viso. Si tratta di un’immagine generata dall’AI.

      Che sia il conflitto russo-ucraino o quello tra Israele e Hamas il risultato è lo stesso: l’amplificazione delle opinioni sui social genera polarizzazione e mistificazione. “Il vero problema della polarizzazione delle conversazioni online è la mancanza di contesto”, racconta a Lumsanews Davide Bennato, professore di Sociologia presso l’Università degli Studi di Catania.

      Il web rischia quindi di avere un peso superiore alle bombe e ai carri armati. Con i social media che diventano le munizioni delle guerre moderne.

      di Lorenzo Urbani, Antonino Casadonte, Niccolò Maurelli, Maddalena Lai e Alessandro Raeli  – Master in giornalismo della LUMSA

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