Nel ventre di Hydra, a colloquio con chi studia le mafie
Che fosse una questione complessa lo si intuiva già dal nome dell’inchiesta: Hydra, il mitico serpente dalle molte teste affrontato da Ercole nella sua seconda fatica. Anche l’operazione che porta quel nome, una delle più vaste e articolate degli ultimi anni, ha svelato la cooperazione tra Cosa Nostra, ’Ndrangheta e Camorra nel cuore produttivo del Nord Italia, mostrando un intreccio di interessi economici, reti criminali e radicamenti profondi che il racconto mediatico continua a ignorare. A sostenerlo è Tommaso Ricciardelli, classe 2000, laureato in Scienze giuridiche, autore di sette saggi nelle collane del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport, giornalista investigativo del giornale L’Espresso e voce molto seguita sui social attraverso PULP Podcast e Parliamo di mafia, di cui è fondatore.
L’ho incontrato a Roma, in un pomeriggio di fine novembre. Più che un’intervista, la nostra è stata una conversazione accorata. Gli chiedo se, secondo lui, i media italiani stiano raccontando in modo adeguato l’operazione Hydra, se stiano restituendo un quadro fedele e approfondito di ciò che emerge dalle carte. La risposta è immediata, quasi un sospiro trattenuto: “No. Lo abbiamo detto più volte. Riteniamo che i media non ne stiano parlando in modo adeguato. Di fatto siamo stati tra i pochi, insieme a Report, circa un anno e mezzo o due anni fa, ad affrontare seriamente l’operazione, grazie al lavoro del collega Giorgio Mottola. Nessuno ha mai spiegato davvero perché il radicamento mafioso sia così profondo in Lombardia, perché certe dinamiche storiche abbiano portato a questo punto, quali siano le zone d’ombra che ancora oggi restano irrisolte”.
Il nome di Ricciardelli è spesso associato a PULP Podcast, che per primo ha voluto raccontare il caso Hydra. Quando glielo ricordo, Ricciardelli sorride con una punta di incredulità verso ciò che quel progetto è diventato: “Per noi è stata una scommessa di giornalismo investigativo. Spiegare oralmente un’inchiesta di oltre 5.000 pagine, senza immagini o servizi televisivi, era una sfida. Nessun podcast aveva tentato qualcosa di simile”. E poi aggiunge, con una determinazione lucida: “Continuerò a occuparmi, insieme a PULP, di processi cruciali per il Paese, come quello di Caltanissetta sul presunto depistaggio nel caso Capaci, che meriterebbe un pubblico molto più ampio”.
Parliamo poi delle ragioni per cui la mafia si sia radicata così profondamente al Nord. Ricciardelli distingue con chiarezza ciò che accade nelle due metà del Paese. Al Sud, spiega, i giovani entrano nelle famiglie mafiose perché rappresentano la manovalanza: spesso non vedono alternative, crescono in contesti dove lo Stato è percepito come assente e diventano fin da subito strumenti operativi degli adulti. È lì che le mafie trovano terreno fertile nella disperazione sociale. Al Nord, invece, il discorso cambia radicalmente: “Si entra nei sistemi criminali perché ci sono soldi, possibilità di riciclo, affari. Le baby gang esistono, certo, ma è al Sud che le mafie reclutano davvero attraverso la marginalità”. Mentre parla, torna più volte sul concetto di prevenzione, quasi riecheggiando il pensiero di Beccaria: non si può scardinare il sistema mafioso puntando solo sulla punizione, occorre intervenire sulle condizioni che lo rendono possibile.
“La povertà educativa è un fattore enorme”, continua, con una convinzione che sembra nascere da anni di osservazione diretta. “I ragazzi non vengono educati all’intelligenza emotiva. Crescono con modelli basati sull’avere tutto subito, che nella realtà non sono replicabili”. Quando gli chiedo cosa si potrebbe fare, concretamente, sul piano educativo, non ha esitazioni: è un tema su cui ha chiaramente riflettuto a lungo. “Mi piacerebbe che tutti i PM antimafia, e non solo, dedicassero parte del loro tempo a incontrare gli studenti, soprattutto delle scuole medie. Il liceo forse è già tardi. Bisogna parlare di legalità presto. Io stesso provo a farlo ogni volta che posso; per ora mi capita più nelle università, perché non è semplice rendere certi concetti accessibili ai più giovani, ma ci sto lavorando. C’è una fragilità emotiva enorme. Dopo il Covid migliaia di ragazzi sono rimasti soli, senza punti di riferimento. Io alzerei l’obbligo scolastico fino a 18 anni: molti lasciano la scuola a 16 e finiscono in contesti dove guadagnare 100 euro al giorno per fare da palo sembra l’unica via per aiutare la famiglia. Le mafie non vivono contro lo Stato: vivono nelle sue crepe, dove il welfare non arriva”.
Mentre rileggo gli appunti dell’incontro, mi torna in mente il nome dell’inchiesta: Hydra, un mostro che sembra impossibile da sconfiggere perché, recisa una testa, ne spuntano altre; ma la leggenda insegna anche che Ercole vinse grazie al coraggio e all’aiuto di chi lo accompagnava. Forse è questa l’immagine più adatta per comprendere l’inchiesta e, più in generale, il contrasto alle mafie: una sfida che appare gigantesca, ma che può essere affrontata solo insieme, con competenza, responsabilità e un’alleanza civile che non rinunci a guardare dove le ombre sono più fitte.

