Le “tre ciotole” che raccontano di noi
Nella cultura buddista coreana, esiste un rituale di alimentazione consapevole (denominato Baru-gongyang) che aiuta i monaci a coltivare la consapevolezza, la gratitudine e la disciplina. La pratica consiste nell’utilizzo di tre ciotole, alcuni utensili e, soprattutto, il rispetto di una precisa sequenza gestuale. Ogni religioso, dunque, fortifica piccole parti di sé stesso in ogni ciotola. Fatta questa premessa — e uscendo da un binario spirituale — sorge spontaneo riflettere e chiedersi: se domani toccasse a noi riempire quelle tre ciotole, cosa decideremmo di metterci?
In Tre ciotole, il romanzo di Michela Murgia del 2023, da cui quest’anno è stato tratto l’omonimo film, la scrittrice sarda riesce a condurci delicatamente verso la costruzione delle nostre risposte.
Prima ciotola: le cose che capisci dopo
Marta, il personaggio femminile al centro della storia, convive da anni con il compagno Antonio. La relazione, tuttavia, giunge a un punto di rottura: le differenze che inizialmente hanno accomunato la coppia ora sono insormontabili. Il lettore ha così già un primo indizio. I rapporti umani si sgretolano per l’incapacità di comunicare e comprendersi. Forse sono questi i due valori con cui riempire le ciotole. Il prosieguo della narrazione ci dimostra che il dubbio è infondato. Marta capisce che può ancora riscoprirsi e autodeterminarsi. Le ciotole, dunque, vanno colmate con tutte le cose di noi stessi che capiamo dopo — dopo una chiusura, dopo un dolore, dopo che ci si ricorda che non esiste una unica declinazione di un elemento, ma un’intera tavola periodica capace di formare combinazioni illimitate.
Seconda ciotola: sorellanza e amore per la propria vita
La graduale epifania di Marta non deriva esclusivamente dalla rottura con Antonio, ma anche dalla notizia di una malattia terminale. La scoperta spinge la protagonista a rivalutare il complicato rapporto con la sorella, una donna dalla personalità fragile alla quale Marta lascia un testamento verbale: “sei ancora in tempo per te stessa”. Un atto di sorellanza (nel senso femminista del termine) e di amore. Quell’amore per la propria vita che riscopre anche Marta nel momento in cui fantastica su un viaggio in Corea mai realizzato o in un gelato mangiato dopo tanto tempo.
Terza ciotola: adagiarsi nel vuoto
Al termine di ogni percorso, dopo aver compreso tutto, a Marta manca un ultimo tassello: non tutto può essere capito. E, con molte probabilità, non tutto deve esserlo. Esistono cose che è giusto lasciare negli spazi sbiaditi e incerti. È giusto, dunque, adagiarsi nel vuoto.

