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Oltre il buio: la storia di Dias

Dias è un ragazzo di 30 anni che oggi ci ha concesso una preziosa testimonianza in merito alla sua storia e rinascita dalla tossicodipendenza grazie ad un percorso alla comunità di San Patrignano iniziato nel 2016 e durato 4 anni. Ad oggi Dias ha raggiunto molti obiettivi, ha un ruolo da caporeparto e forma i nuovi ragazzi, e sfoga la sua vena creativa con la musica, da sempre sua grande passione. 

Diana: Ciao buongiorno. 

Dias: Ciao.

Diana: Come stai?

Dias: Tutto bene, tutto bene.

Diana: Sono contenta che ci siamo riusciti ad organizzare. Ho un po’ di domande per te. Vorrei capire chi è Dias? Di cosa si occupa? Quanti anni ha?

Dias: Io mi chiamo Dias, ho 30 anni e adesso lavoro su un’azienda, lavoro al pubblico. Io adesso faccio una vita normale però prima di arrivare a questa vita ho fatto un po’ di esperienze che mi hanno un po’ deviato durante il corso normale della vita di ogni persona. Io ho iniziato molto presto con l’uso delle sostanze quando avevo 14 anni. E per tanti fattori, tra i quali ambientali, tra i quali familiari soprattutto, purtroppo sono andato a imbattermi in situazioni brutte. Ho iniziato con le sostanze in maniera pesante a 15 anni. Dai 15 ai 20 anni ho fatto un uso massiccio e frequente di sostanze pesanti come cocaina e eroina. Io quando non avevo la dose comunque prendevo qualunque cosa, anche i farmaci per la tosse che avevano dentro la codeina, cioè qualunque cosa per placare insomma i dolori dell’astinenza. Quindi ho fatto veramente dai 15 ai 20 anni una vita veramente sregolatissima. Dopo a 20 anni mamma mia si è accorta di questo problema, mi ha proposto di entrare questa struttura e io non ho fatto nessun tipo di resistenza, cioè quando mi ha proposto questa cosa comunque è venuta a sapere di quello che facevo mi ha proposto questa cosa qua, mi ha detto va in comunità o ti buttiamo fuori di casa. Comunque o ti fai aiutare o comunque sei libero di fare questo tuo stile di vita ma fuori di casa. A quel punto mi si è liberato un macigno perché io effettivamente dentro di me anche quando mi drogavo comunque sapevo che era una cosa che non poteva andare chissà dove, è una cosa che comunque prima o poi doveva finire, quindi quando è arrivato il momento in cui dovevo prendere una decisione io non ho posto nessun tipo di resistenza, anzi sono stato proprio io che sono voluto entrare dentro questa struttura San Patrignano e quindi niente dai 20 anni sono entrato in comunità di mia spontanea volontà con l’appoggio dei miei genitori ho fatto quattro anni, ho fatto un percorso completo. Quindi mi sono anche diplomato lì dentro perché dopo due anni lì hai la possibilità di prendere un diploma. Io ho preso il diploma in scienze sociali, ci sono due indirizzi: c’è l’alberghiero e scienze sociali. Io ho preferito scienze sociali perché l’alberghiero è un settore conoscevo cioè io ho lavorato già a 15-16 anni come aiuto cuoco le prime esperienze lavorative insomma anche perché la situazione familiare mia lo richiedeva quindi la mia prima bolletta in casa per dare una mano ai miei genitori l’ho pagata quando avevo 15 anni che facevo l’aiuto cuoco, e ho fatto le prime esperienze perciò ho scelto di fare un’altra cosa, insomma una cosa che comunque mi incuriosiva di più ho scelto scienze sociali: psicologia pedagogia queste materie qua. Quindi mi sono diplomato e ho fatto un bel percorso. Ho faticato tanto perché è un percorso molto complesso, molto profondo, rigido, pieno di regole ferree, però me le sono ritrovate tutte quando sono uscito. Dopo una volta che sono uscito sono stato perfettamente in grado, non senza fatica, però sono stato perfettamente in grado di ricostruirmi una vita senza nessun appoggio genitoriale, quindi la prima cosa che ho fatto è trovato il lavoro. Mi sono fatto assumere, mi sono tenuto il lavoro, comunque ho dimostrato che ero un lavoratore valido, ho preso ovviamente la casa in affitto, quindi i primi tempi, i primi due anni andavo a lavoro a piedi, ho preso la casa vicino al lavoro e veramente andavo a piedi, andate e ritorno quattro volte al giorno. Poi mi sono messo i primi soldi da parte, ho fatto la patente. Dopo la patente ho preso la prima macchina. Comunque tutta questa cosa ci ha messo 3-4 anni per arrivare comunque a una stabilità generale che mi permettesse comunque di avere della tranquillità. E nell’ultimo anno, più o meno verso 28-29 anni, quando veramente avevo quella linearità della vita, mi sono buttato sui social a fare quello che mi piace. È sempre stata la mia passione, cioè fare l’artista, fare musica. Alla fine ho aiutato anche tante persone, perché nei miei video e anche sui social ho trattato anche temi come bullismo, suicidio, tossicodipendenza. Tantissime persone hanno cercato un riscontro e sono pienamente soddisfatto della mia storia fino adesso. Da adesso in poi mi sto concentrando soprattutto per i miei obiettivi e per la mia ambizione.

Diana: Ho capito, molto interessante. Io stessa ti ho conosciuto sui social con i video di cui tu parlavi, i video sul bullismo, anche sulla politica per quanto tu hai espresso delle tue opinioni. Però io vorrei capire una cosa, chi era Dias prima che l’eroina credo fosse la tua droga di scelta, come si suol dire, la droga che preferivi, in un certo senso, con la quale avevi un rapporto proprio importante. Chi era Diaz prima dell’uso della sostanza?

Dias: Allora, Dias prima dell’uso delle sostanze sicuramente era un ragazzino estremamente fragile, estremamente… non lo so, passami il termine “acerbo”. Non ero minimamente formato come persona a livello caratteriale, quindi mi facevo tanto trasportare dalle correnti, dalle compagnie brutte. Dias prima dell’uso delle sostanze era un ragazzino che era completamente nichilista. Quando io ho scelto io l’ho fatto principalmente per atto di ribellione perché tra parentesi io non è che ho fatto la scalata, ho passato all’eroina direttamente. Ho fatto un periodo dove fumavo le “cannette” e dopo ho scelto di fare questa vita… insomma un atto di ribellione nei confronti delle circostanze, cioè io mi dicevo sempre: ma perché avevo questa situazione un po’ disagiata, perché tutti i miei compagni hanno una vita normale, hanno un papà, una mamma, una casa, io sono l’ultimo stronzo della compagnia. Tu devi sapere che mamma mia è cresciuta dentro un orfanotrofio, è rimasta incinta di me, mio papà io non so nemmeno come si chiama, è scappato prima che io nascessi, non so, non lo conosco proprio. Quindi mamma si è ritrovata a crescermi, aveva 21 anni, era una ragazzina anche mamma mia e aveva 21 anni e aveva questo figlio che ero io. Quindi per cinque anni siamo cresciuti in Kazakistan, dopo lei ha conosciuto un compagno, il compagno suo ci ha portato in Italia, ma anche lì il compagno suo non è che aveva una situazione economica stabile, faceva il falegname, faceva i negozi, però anche lui dopo ha perso il lavoro e comunque siamo cresciuti nella povertà da quando ero bambino e in mezzo alla violenza, in mezzo ai disagi, comunque sono cresciuto in situazioni un po’ degradanti. Adesso non voglio puntare il dito sulla mia famiglia, sto facendo semplicemente oggettività. E mamma comunque a 20 anni non aveva l’esperienza per crescere un po’. Scene di violenza, scene brutte…In casa mia mi hanno un po’ segnato, mi hanno un po’ traumatizzato. Quindi sono arrivato alla storia dei 13-14 anni, quando ho iniziato a essere adolescente, quando avevo quel minimo di libertà, io ho scelto deliberatamente di andarmi a drogare proprio perché almeno non respiravo l’aria in casa pesante. Avevo un motivo per uscire di casa, cioè proprio meno stavo in casa, meglio era perché l’aria era proprio pesante, cioè si respirava proprio un’aria brutta, quindi io per evadere da tutta questa merda a 13 anni ho scelto di fare quella vita lì. Dopo ho incontrato quelle persone che erano un po’ alla deriva come me e mi sono trovato nel mio. Era come se avessi trovato il mio gruppo di persone, la mia gente. Quindi ho fatto questo seguito questo percorso deleterio fino ai 20 anni. Però ecco, tornando al discorso di prima, ero un ragazzino estremamente fragile e acerbo.

Diana: Quando è stata la prima volta che ti sei reso conto che l’uso di quella sostanza non era più una scelta ma era una necessità perché altrimenti stavi male, quando c’è stato quel momento che hai detto “io a costo di prendere qualunque cosa in questo momento io devo fare uso della sostanza”?

Dias: Ma quasi subito, perché l’eroina è una droga che veramente non ti lascia tante opzioni. Dopo la seconda o terza volta che lo fai tu senti proprio il bisogno di farlo, quindi da quasi subito. Ma io comunque ero perfettamente consapevole di quella a cui andavo incontro, perché avevo anche persone vicine che vedevo gli effetti, anche persone più grandi, quindi sapevo benissimo quali erano gli effetti e non mi interessava minimamente, l’ho fatto comunque.

Diana: Capisco…Tu mi hai parlato della figura di tua mamma come una persona che ti ha detto che hai due opzioni, o vai via di casa o ti fai aiutare. Tu mi hai detto anche che non hai avuto resistenza e hai detto di andare via. Però qual è stato il percorso che ti ha portato a questa decisione? Perché immagino che comunque non è una cosa così comune, perché tante persone non si vogliono far aiutare.

Dias: Tante persone vuoi sapere perché non si fanno aiutare: perché c’hanno la situazione che non hanno necessità di farsi aiutare, capisci? Quindi c’hanno la mamma, il papà che comunque mangiano a casa, hanno il tetto, hanno comunque una stabilità e quindi gli viene permesso di drogarsi perché nella testa di un tossico uno pensa “chi cazzo me lo fa fare?”. Io tanto ho mamma, ho papà che a casa mi continuano, comunque anche se li faccio soffrire, mi danno la possibilità di continuare e io lo faccio, io mi adatto. Questo è il ragionamento di base di un tossico. Io questa cosa non ce l’ho mai avuta in casa e io dentro di me, già dopo il secondo anno che mi drogavo, come ti accennavo prima, sapevo che non poteva andare avanti fino a chissà dove, anche per situazioni economiche familiari ma per migliaia di altre ragioni. E quindi io già ho capito, già nella mia testa sapevo che stavo a fare una stronzata gigante dovevo comunque trovare una soluzione perché non potevo arrivare a 30 anni che non ho fatto un cazzo della mia vita, quindi questa cosa maturata era già dentro di me presente anche nel momento stesso in cui mi drogavo. Io non ho mai pensato che questa cosa sia giusta. Io sapevo benissimo che era una cosa che non è che poteva andare avanti fino a chissà quando e perciò comunque sono sempre stato un ragazzo comunque sempre stato molto intelligente anche su queste cose qua, quindi lo sapevo già che prima o poi doveva arrivare questa cosa quindi tante persone non si fanno aiutare perché hanno il culo parato e quindi lo possono fare. Io no, io non ce l’ho mai avuto e appena ho avuto la possibilità di avere una soluzione mi sono aggrappato al 100% perché sapevo dove sarebbe andata a finire la mia vita. Ce l’avevo proprio chiaro. O andavo in carcere, o andavo sottoterra, o andavo in comunità. Queste erano le tre opzioni a cui io ero consapevolissimo. Ero perfettamente consapevole già dopo il secondo anno che usavo l’eroina.

Diana: Mi dispiace, deve esser stato difficile. Ma qual è stato l’iter per entrare a San Patrignano?

Dias: Allora, per entrare a San Patrignano tu devi frequentare un’associazione e ce ne stanno diramate una in ogni regione, anche due in ogni regione. Per esempio in Lombardia ce ne stanno anche tre o nel Lazio ce ne stanno due, in Umbria ce ne sta una. In tutte le regioni d’Italia c’è un’associazione capillare, si chiama ANGLAD, l’associazione nazionale genitori lotta alla droga. L’iter per quanto riguarda entrare a San Patrignano funziona così, tu devi frequentare questa associazione per un mese o anche più, o dipende anche dai risultati che tu porti. Per i risultati cosa intendiamo? Per entrare a San Patrignano devi essere completamente pulito, cioè se tu prendi terapie sostitutive, metadone, suboxone o qualunque psicofarmaco, devi entrare che sei clean al cento per cento. Ovviamente tu per scalare la tua terapia sostitutiva non è che lo fai da oggi a domani perché c’è i dolori, l’astinanza, ci vuole un po’ di tempo. Quando arrivi al punto che tu porti l’analisi, devi portare l’analisi del sangue o delle urine o quant’altro, però devi dimostrare al referente dell’associazione che tu comunque ti stai impegnando su questo percorso. Quando viene visto il tuo impegno, che tu veramente vuoi entrare in comunità di tua spontanea volontà, ti fanno fare il colloquio, se tutto va bene, se tutti i parametri vengono rispettati, ti fanno entrare. Appena vedono che tu non sei convinto, non sei sicuro di quello che stai per fare, ti fanno fare, ti rimandano al colloquio, finché tu non sei pronto. Cioè, io ho visto gente che è stata in associazione anche 6-7 mesi. Perché non era pronta. Quindi io dopo un mese e mezzo sono entrato, ho fatto l’astinenza a casa. Su questo mamma mia e il compagno suo mi hanno aiutato tantissimo. Quindi sono stato vicino in quel mese d’astinenza, mi sono scalato tutte le terapie. Quando ero pulito sono entrato, ho fatto il colloquio, mi hanno visto abbastanza motivato e mi hanno fatto entrare subito. E c’è anche da dire che comunque sono entrato a 20 anni. Alle persone che sono più piccole tendono a dare la priorità prima. Già comunque il ragazzo giovane e il ragazzino lo fanno entrare sul cerchio e lo fanno entrare subito. Quindi nel mio caso è stato questo.

Diana: Prima mi hai parlato del fatto che comunque è stato un percorso difficile, non è stato semplice, che ci sono state delle regole che tu tuttora te le porti avanti nella tua vita. Che ruolo ha avuto questo lavoro in comunità, le regole, nel tuo percorso di riabilitazione?

Dias: Allora, fondamentalmente San Patrignano è una struttura dove viene ricreata la realtà di una persona normale, ipoteticamente normale, lucida quando sta fuori. Cioè ti abituano già a delle regole che ti aiuteranno a gestire la tua vita una volta che uscirai e affronterai la tua vita da persona normale. Tanti principi della vita che i miei genitori non sono riusciti a insegnargli me li hanno insegnati in comunità. Per esempio la mattina c’è la regola, la mattina prima cosa che devi fare quando la sveglia tutti i giorni alle 7, tranne la domenica alle 8, io in quattro anni non mi sono mai svegliato a mezzogiorno, sempre alle 7, la domenica alle 8, salvo se c’era il turno delle colazioni che ti alzavi alle 4. Comunque la prima cosa che fai quando ti alzi è rifare il letto, pulisci la stanza, sistemi le tue cose, ti vestiti, ti lavi i denti. Già tutte queste cose che in apparenza sembrano marginali un giorno dopo l’altro, per mesi, per anni, ti entrano dentro, interiorizzi questo modo di vivere e capisci, almeno nel mio caso è stato così, quando sono uscito ho capito che sono cose fondamentali per riuscire a gestire una vita al 100%. Ti danno un ordine sia mentale sia fisico su quello che hai vicino. Quindi io ti posso fare veramente 10.000 esempi di tutto quello che San Patrignano mi ha trasmesso. Fondamentalmente per un tossico che entra là sembrano cose rigide, ferree, però tu ragiona così, un tossico che entra in comunità non ha veramente la più pallida idea di quello che sia una regola. Tu passi da un estremo all’altro, entri in un posto super controllato dove ci sono 10.000 regole diverse. C’è una regola che tu quando mangi la banana ci stanno i settori femminili davanti, tu non la puoi mangiare così, tu devi spezzare la banana e devi mangiarla. Ci sono anche quelle regole proprio surreali quasi, però mi sono ritrovato tutte quando esco, capita tutto un fatto di disciplinarti, tu entri che non hai mai avuto regole in un posto dove è super controllato per raggiungere una via di mezzo. Ovviamente non è che quando esci tu c’è qualcuno che ti controlla, se non hai messo la riga del letto precisa, però comunque da un estrema malato tu sei perfettamente in grado di vivere una vita abbastanza normale, senza essere sporco, senza trascurarti, senza avere tutte queste cose qua, che il tossico comunque è parte di lui, cioè il tossico non ne frega un cazzo di niente, pensa solo a drogarsi. Quindi quello che mi hanno trasmesso sono sia regole tecniche, pratiche sulla vita di tutti i giorni, soprattutto dal punto di vista umano, mi hanno insegnato anche tante cose che fanno le persone normali, cioè di parlare, di buttare fuori quello che hai dentro, cercare sempre un dialogo. Possiamo stare di qui fino a mezzanotte a parlare di tutte quelle cose che San Patrignano ti trasmette. Però concludo dicendo che purtroppo nel 2026 la comunità adesso non ha niente a che vedere con quello che era quando io ero entrato lì. Io sono entrato nel 2016, dieci anni fa sono entrato, ed era molto comunitario. Adesso è diventato tipo un’azienda… Più per l’autosostentamento. Prima ti facevano fare proprio comunità, cioè se vedevano che un giorno non eri al 100% e magari eri in un settore produttivo, tipo il forno, tipo la cantina, cioè non gli interessava, si fermavano, ti facevano fermare e ti facevano parlare. Cioè il lavoro passava in secondo piano, ti dicevano “Oggi che c’hai? Non stai bene? Eh, vieni qua, dimmi che c’hai, perché c’hai questi pensieri.”. Adesso è un lavoro, cioè adesso entri a San Patrignano e bisogna produrre quel tot numero di panettoni, piadine e cose. Esempio, no? Quando sono entrato io la mentalità era molto più rigida e ferrea e per certi versi era molto più funzionale. Adesso è diventata un po’ l’acqua di rose. Ho fatto anche il volontariato lì per due anni, ho avuto un’ex che è stata lì per due anni.

Diana: Quindi tu consiglieresti ancora ad oggi questo percorso a un tossicodipendente oppure consiglieresti altro? E se consigli altro, che cosa consigli?

Dias: No, io non consiglio altro. Io comunque continuerò a consigliare quel percorso là, perché tra tutti i percorsi è quello più integro. Anche se adesso si è tanto alleggerito, continua a essere quello con la più alta percentuale di riuscita e quello con più ferro. Tra tutti i percorsi, poi io conosco un po’ altri percorsi, nessun percorso, nessuna comunità ha niente a che vedere con quello che è San Patrignano.

Diana: Una volta ho visto un tuo video su TikTok dove raccontavi che era venuto Kanye West a San Patrignano. Con questa cosa mi voglio ricollegare. Qual è stato l’episodio che ti ha segnato di più? Quello che è positivo e quello che è negativo.

Dias: L’episodio che mi ha segnato di più in negativo è stato dopo il primo anno. Dopo il primo anno perché praticamente io ero entrato in un automatismo, no? Cioè tu devi passare giornate là, è come se ci stavi per starci, capito? Il primo anno più o meno comunque dovevi capire dove sei, quello che stavi facendo, cioè tanta gente non si rende nemmeno conto, nemmeno dopo un anno, del perché è lì, quello che sta facendo. Quindi tu da essere umano ti accomodi. Io per un anno non ho fatto un grosso lavoro su me stesso perché è normale, non è che sono nato imparato. Dopo un anno mi sono reso conto che stavo lì in villeggiatura e anche i miei responsabili di stanza, anche chi mi seguiva, me lo dicevano. Il momento più negativo, che però in realtà è stato il più positivo, è quello dove ho realizzato tutte le cose su cui dovevo mettere mano di me stesso, cioè sono stato costretto a farmi un esame di coscienza e ad affrontare tutte quelle cose che non andavano bene, che erano anche la causa della mia tossicodipendenza e della mia fragilità.La prima cosa che mi hanno messo davanti è il fatto che io ero una persona estremamente menefreghista, estremamente presuntuosa, estremamente altezzosa, tutti quei lati che io piano piano ho smussato con i mesi, col carattere, però la cosa più negativa è stata proprio rendermene conto dopo un anno, cioè comunque uno è orgoglioso, io penso che la fatica più grande per un essere umano sia questa, sia fare i conti con se stesso, accettare veramente delle cose di te stesso, è una cosa che l’essere umano penso che è la cosa su cui fa più fatica, cioè rendersi conto che c’è qualcosa che non va è accettarlo e metterci mano e io questo dopo un anno, un anno e mezzo ho iniziato a farlo è stato molto faticoso perché comunque devi metterti in discussione devi comunque smontare tutto quello che tu credevi giusto della tua persona la tua identità viene smontata e ti dicono “bello tu sei veramente così come sei sennò non stavi qui dentro” .Quindi ci stanno dei problemi su cui devi mettere mano e tu all’inizio magari non accetti, sei in chiusura, fai muro. Dopo ti rendi conto che hanno ragione e questa cosa dolorosissima perché io mi sono reso conto che per mio fratello non c’ero mai stato, mi sono reso conto che persona estremamente fragile. Mi sono reso conto che ero tanto infantile, tanto presuntuoso, tanto che sapevo tutto io, capito? Ma ti posso fare diecimila esempi di tutti i lati su cui ho messo mano, che poi magari alcuni sono rimasti anche, però almeno li ho smussati un po’, e sono arrivato comunque a creare una personalità che mi permette di vivere una vita normale e lineare. E questa è la parte più negativa. La parte più positiva, diciamo, di tutto questo percorso è stato quando dopo questo periodo, che è durato da un anno fino ad un anno e mezzo più o meno, è scattato il click dopo un anno e mezzo. Io veramente mi sono reso conto di quello che stavo facendo e veramente mi sono reso conto al 100% quello che dovevo fare. È stato dopo un anno e mezzo, perché dopo questa caduta, dopo questo periodo brutto, ho fatto tanti conti con me stesso. Io veramente sono arrivato al punto di gettare tutto, io dopo un anno e sei, sette mesi volevo andare via perché dicevo non me ne fregano più un cazzo, non ce la faccio più andare avanti. Casualmente io ho trovato un Vangelo dentro la mia borsa che mamma mia me l’aveva nascosto. Tu pensa che poi non ero completamente ateo prima di entrare. Non lo so, casualità, destino. Io comunque ero in un periodo in cui avevo bisogno di supporto, veramente stavo giù. Ho iniziato a leggerlo. Ti giuro da quel momento in poi, da un anno a sette mesi in poi, il mio percorso è stato tutto in discesa. Dopo ho iniziato comunque a lavorare su quello che dovevo fare. Sono diventato responsabile di stanza. Se vedono che tu sei meritevole e affidabile, vedono che stai cambiando come persona, ti danno responsabilità, cioè tu entri, ti segui un ragazzo per un anno e dopo a tua volta entra un altro ragazzo nuovo e lo segui tu. Lì non ci stanno operatori, non ci stanno psicologi, non c’è nessuno esterno, non c’è nessuno che studia la materia esternamente sui libri teoricamente, perché non è la materia che puoi studiare sui libri. Lì ci stanno solo persone in percorso che danno la loro esperienza a quelli nuovi è un tossico che parla a un altro tossico. Non c’è nessun psicologo che può tenere, nessun operatore che tenga. Il mio responsabile di stanza sapeva benissimo come mi sentivo, sapeva al 100% quello che stavo passando proprio perché sembra il fatto che l’ha passato lui l’anno prima. Quindi non è una cosa che si studia sui libri, questa è una cosa a pelle. Secondo me è una cosa di esperienza.

Diana: Tu quindi davi fiducia al tuo responsabile in di stanza, perché dicevi lui mi capisce, l’ha fatto pure lui prima di me, quindi necessariamente posso affidarmi un po’ di più, invece se arrivo io psicologo e ti dico Dias però devi fare questo, questo, questo, mi mandi un po’ a quel paese, te ne infischi proprio, capito? Secondo me è tanto normale.

Dias: Penso che sia normalissimo, è come quando vado a fare un esame per guidare una macchina veloce. Se mi arriva un pilota e mi dice guarda devi guidare così io mi fido di più. Se mi arriva uno che mi arriva il tecnico dei motori però non ha mai guidato una macchina. A parte tornando al discorso di prima, la parte più positiva è stato questo, spiegando un po’ le dinamiche di come funziona lì dentro. Dopo un anno e sette appunto c’è stato quel click dentro di me, mi sono completamente impegnato quindi ho dovuto fare veramente una ricostruzione della mia persona, ho buttato giù tutte le mie convinzioni, è stato doloroso, faticoso, però mi sono ricostruito in maniera completamente nuova. Da un anno e sette in poi il mio percorso è stato veramente un signor percorso. Dopo mi hanno dato la scuola, mi hanno dato la possibilità di fare gli accompagnatori, mi sono andato a lavorare a SP.accio, a Vite, che sono i ristoranti della comunità che sono esterni, quindi è una responsabilità gigante. Comunque ti prendono e ti fanno lavorare in mezzo ai cristalli normali, te lo fanno fare dopo due anni di percorso minimo. Dopo sono iniziato a fare cose perché mi sono un po’ sbloccato. Il primo anno e mezzo è stato di ambientazione, di ambientamento. E dopo ho capito che non è che sto lì in vacanza, io sto lì perché devo fare delle cose su me stesso.

Diana: Durante il tuo percorso tu hai detto che salito di grado, hai iniziato ad avere dei compiti, ma quali erano le tue responsabilità come responsabile di stanza?

Dias: Il responsabile di stanza ha le chiavi della stanza, è una responsabilità la più grande. Prima che ti dico questa cosa, ti racconto questo aneddoto. Responsabile di stanza prende la responsabilità di dieci persone che sono chiuse in comunità. In ogni momento della giornata può scappare un ragazzo, gli prende il matto e scappa. Sei tu che devi avere la responsabilità di prevenire questa cosa, magari se lo vedi un po’ giù devi andare lì a parlarci. Ti racconto questa cosa, una volta abbiamo “cazziato” un ragazzo nuovo, ragazzo che aveva 30 anni. Per i primi due mesi era nuovo, era entrato da poco. Io ero già responsabile di stanza. Gli abbiamo comunque messo davanti dei suoi meccanismi, dei suoi comportamenti che non andavano bene. Un po’ come hanno fatto con tutti noi all’inizio. È una cosa classica che va affrontata. Questa persona comunque era un po’ falsa. C’erano un po’ i classici meccanismi da tossico. Visto che sei in mezzo a persone, tu stai in mezzo a 10 persone, tu stai in mezzo a 10 specchi e lì non puoi scappare perché se te lo dicono 1, 2, 3, 4, 5 persone che tu sei un pezzo di merda, tu sei un menefreghista, tu sei un falso, sei un viscido quando iniziano a dirtelo 5 persone tu inizi veramente a cambiare quindi abbiamo un attimo cazzato sto ragazzo nuovo e ci siamo andati magari un po’ più pesanti. Lui praticamente diceva di tornare in stanza, prendendo le chiavi. Lui sorrideva, per i primi due mesi non ha dato nessun segno di squilibrio mentale o altro. Siamo tornati in stanza dopo che l’abbiamo cazziato, ha preso e si è chiuso in bagno. Lì non c’erano le chiavi dei bagni, chiaramente tu quando il bagno è chiuso metti un pezzo di carta igienica fuori dalla porta per segnalare che quella porta è occupata. Lui si è chiuso in bagno e dopo 5-10 minuti c’era qualcosa che non andava. Io e l’altro responsabile ci siamo guardati. “C’è qualcosa che non va.”. Ho aperto la porta e c’era un lago di sangue. E c’erano le pareti piene di sangue perché lui ha preso un taglierino di nascosto e si è tagliato tutte le braccia.

Diana: Deve essere stato pesante. 

Dias: Tu devi capire che quella è una comunità di tossici, una comunità di gente squilibrata, chi viene dal carcere, chi viene dalla strada, chi viene dalle peggio situazioni. Tu immaginati la responsabilità che hai quando hai le chiavi della stanza, quando hai dieci cristiani intorno che comunque tu sei quello che sta lì da più tempo, sono tutti nuovi che stanno due mesi, tre mesi, un mese. Quando ho visto questa scena ho fatto uscire tutti quelli nuovi dalla stanza, ho chiamato il responsabile di settore. L’hanno preso, l’abbiamo portato in infermeria. Comunque è questo il tipo di responsabilità che ti danno. Tu non stai lì a fare quei burattini, tu stai lì con i cristiani. Quindi i compiti, il salire di grado come dici te non è una cosa di stellina, non è che siamo lì a fare militare, lì siamo lì a salvarci la vita, a darci una mano tutti, non è una cosa a classifica. Semplicemente stai da più tempo, ti devi prendere la responsabilità di trasmettere quello che tu hai imparato agli altri. È la responsabilità più difficile e più vai avanti più ti danno altre responsabilità. Per esempio c’è un altro tipo di responsabilità che è la responsabilità psicofarmaci. Te la danno dopo tre anni perché comunque c’è gente che li prende perché magari ha altri problemi. Adesso non entra più gente che ha doppia diagnosi o che prende psicofarmaci. Però in una comunità dei tossici tu hai in mano le chiavi degli armadietti con tutti i psicofarmaci e siamo in una comunità dei tossici. Iniziano a essere responsabilità un pochino importanti. Tutto questo per far capire che una volta che uscirai la vita sarà così, ci saranno sempre responsabilità. Hai la capacità di farlo, allora diventerai una persona veramente affidabile e responsabile, sarai in grado di vivere una vita una persona al 100%. Se non sei in grado di farlo, che non sei in grado di mantenere responsabilità se non ci riesci qui dentro, non ci riuscirai nemmeno fuori quando avrai il lavoro, quando avrai un contratto, quando avrai un affitto, delle bollette, una ragazza, degli amici. Non ci riuscirai, ci devi riuscire qui dentro. E per questo che io ti dico tutte le cose che ho imparato lì dentro le ritrovate tutte fuori io faccio il caporeparto per  Risparmio Casa formo i ragazzi nuovi, sono sei anni che lavoro lì e sono un caporeparto io faccio la figura di ragazza io insegno il lavoro agli altri ragazzi e decido io c’è sopra di me c’è solo il direttore o il vice-direttore queste cose io se non avessi imparato a San Patrignano non ci sarei mai diventato.

Diana: Oggi ti occupi ancora del ruolo di caporeparto?

Dias: Certo, se tu vieni a risparmiare a casa Bastia ci sono io, mi vedi tu lì che sono lì e dico agli altri quello che devono fare. Quello è il mio lavoro, sono quattro anni che lo faccio e continuo a farlo, mi piace. Ho avuto la fortuna, ho trovato un lavoro che mi piace.

Diana: La cosa interessante con le dipendenze, dipendenze di sostanze, dipendenze comportamentali perché ci stanno le varie fasi della dipendenza il craving, ci sta la tolleranza, ci sta l’astinenza: insomma quello che a me viene da dire… Sai, ci sono molti stereotipi sui tossicodipendenti e tanta gente non sa cosa vuol dire. Tu, in merito a ciò, che rapporto hai con il tuo passato? Cioè, ci hai fatto pace, ci fai a botte ogni tanto…

Dias: Va benissimo così, io sono contento del mio passato. Io non rimpiango niente di quello che ho fatto, perché ti spiego questa cosa, io adesso a 30 anni ho una vita che sono soddisfattissima. Io mi guardo intorno, ho una bella macchina, ho un bel lavoro, ho una famiglia, finalmente una famiglia unita. Io a 30 anni posso dire che sono arrivato “di Cristo”. Non posso lamentarmi sulla mia posizione sociale, sulla mia posizione su… e non ci sarei mai arrivato se non avessi avuto questo passato qua. Io non rimpiango veramente niente, sembra paradossale, ma io dovevo essere un tossico prima di arrivare qua, sennò non sarei mai andato. Magari non l’avrei mai fatto, sarei stato in un’altra cosa. Tutto secondo me va come deve andare, quindi io non è che ci faccia botte col passato, io l’ho accettato e sono contentissimo, orgoglioso del mio passato. Sennò non lo sbandiererei così sui social, non lo sbandiererei così alle persone che me lo chiedono. Quindi l’ho accettato e va benissimo così, anzi mi piace pure. Comunque mi dà quella storia, quell’identità. Penso che le persone creative che hanno avuto questi trascorsi È il bello di quello, è il bello che comunque ti dà tanta energia. Io sono tanto creativo come persona.

Diana: Sì, sì, si vede che sei creativo. Però è bene perché hai trovato una valvola di sfogo sana, no? Ti chiudi il studio, stai con i tuoi amici, vi fate una risata, provate bit strani, scrivete, fate freestyle… Con la consapevolezza che hai oggi, con il lavorone che hai fatto, Cosa pensi che spinge una persona verso questo tipo di percorso, cioè verso la tossicodipendenza? Perché tanti cercano di trovare la soluzione, no? Però parlando della tua esperienza che conta tantissimo, che cos’è secondo te che porta un ragazzo a provare una sostanza come l’eroina?

Dias: La fragilità. Una fragilità e un po’ di immaturità anche in tenera età. Parliamo di uno che quando la usa, quando è piccolo, tipo nel mio caso, penso che sia questo. Quando uno la usa in età più adulta penso che sia fragilità. Comunque sia in tutti quei casi. Beh, io ti dico che una persona che si droga… Ci sono studi su questa cosa, anche sul DSM V, anche sugli ultimi libri che sono usciti a livello che trattano questo argomento qua, non c’è un fattore principale.Ti posso semplicemente dire che se tu cresci in un contesto che ti aggrada, dove sei valorizzato come  persona, dove ti viene dato affetto, dove vieni valorizzato per le tue potenzialità, comunque anche nei momenti di fragilità hai persone vicine, hai il sostegno, tu non hai nessun motivo per usare le sostanze. Il bisogno di usare sostanze sussiste nel momento in cui non ti va bene la realtà che hai. Nel mio caso è la soluzione più immediata e più facile. I contesti ambientali incidono, secondo me, parecchio, soprattutto quando sei in tenera età. Le circostanze ambientali penso che veramente contano tantissimo. Conta anche la tua persona. Sono tanti i fattori. Io penso che il primo fra tutti sia la fragilità di una persona.

Diana: Sono d’accordo. Io sono studentessa al terzo anno di psicologia, quindi te la devo fare questa domanda.Secondo te, noi psicologi, futuri psicologi, cosa possiamo fare in merito a questa questione? Cosa dovremmo migliorare e cosa possiamo fare? Per esempio la mia vecchia psicologa molto spesso mi diceva che per il disturbo d’uso di sostanze è bene fare terapia di gruppo. Tu che ne pensi di questa cosa?

Dias: I problemi di tossicodipendenza sono veramente, veramente complessi da risolvere. Tante persone lo terranno a vita, anche dopo percorsi, anche dopo terapia di gruppo, anche dopo gruppi autoaiuto. A parte che in Italia c’è un business dietro questa cosa, brutta questa cosa, che anche se vai al SerD guadagnano coi numeri di ingressi nelle comunità. Io penso questa cosa sulla base della mia esperienza, non è che dico che questa cosa sia oggettiva, da quello che ho visto io sulla mia esperienza posso dirti questa cosa. Il problema della tossicodipendenza si risolve se la persona è nelle condizioni di farlo, Cioè deve essere in un posto che è isolato. Cioè il tossico può anche venire da te e farsi fare la terapia.Tu gli puoi dire anche le peggio cose. Cioè quello esce dal tuo studio e si va a ridrogare un’altra volta. Io te lo dico proprio brutalmente, c’è poco da fare che la psicologia possa fare, secondo me non potete fare niente. A patto che quella persona venga messa in condizione, io perché ho imparato queste cose? Perché sono stato isolato, sono stato in un ambiente dove veramente era normalizzare certe regole. Sono stato veramente tanto fortunato, io lo dico anche nei video, io non è stato nemmeno scontato, tante persone ricadono anche dopo San Patrignano. Anche dopo 4-5 anni nel settore più severo, che è il settore del parco coltivazione, il settore più rigido e ferreo, gente anche dopo 5-6 anni nel settore più ferreo di San Patrignano ricade. Io sono 8-10 anni che sono pulito. È mezzo miracolo, io ringrazio il Signore tutti i giorni perché sono stato veramente nella condizione di migliorarmi e tutti i fattori erano al loro posto, ma come me ce n’è stato uno su veramente tante persone, visto che la maggior parte di tutti quelli con cui hanno fatto il percorso con me sono ricaduti. Quindi per un tossico lo psicologo è come voler svuotare l’oceano con un secchiello. È la stessa cosa, il tossico si aiuta se nella condizione c’è il fattore ambientale, se in mezzo a persone che sono come te interiorizzi certe cose, non è che ti entrano qua e escono da là, cioè devi interiorizzare certi principi. Allora lì c’è un senso. Se mi devi dire la teoria, tutte le cose che io dovrei fare, ma sono consapevole anche che siano giuste. Ma richiamo il craving, come dici te, non so se tu l’hai mai provato.

Diana: Allora, io personalmente no. cioè l’ho visto. Nel senso che l’ho visto, però io non l’ho mai provato.

Dias:  Però non l’hai provato, cioè l’hai visto sì, ma non l’hai provato, non ti sei sentita in quel modo. Mai, e te lo auguro. Se tu lo sentissi, capiresti il mio discorso adesso, cioè al 100%. Quando facevo associazione, ho fatto il volontariato due anni a San Patrignano, venivano le stagiste fare il terzo anno di psicologia tra l’altro all’associazione Appellini e facevano il tirocinio per vedere quello che facevamo nell’associazione. Facciamo i gruppi di autonomo aiuto, facciamo terapia di gruppo, io parlavo con le famiglie perché io comunque sono uscito e ero un ragazzo sano che davo speranza alle altre famiglie che comunque diciamo questo per questo funziona. Io sono la prova vivente che funziona. In questi gruppi di autonomo aiuto, le psicologhe, alla fine, comandavo io, parlavo con i ragazzi, le psicologhe venivano nel mio gruppo e facevano quello che io gli dicevo. Io non ho mai aperto un libro di psicologia, sì ho studiato psicologia, sono un diplomato in comunità, ma per quanto riguarda l’aiutare veramente il tossico e dirgli quello che lui andrà a fare, io gli dicevo le cose che doveva seguire e le psicologhe dicevo io segreto sto paradosso capito quindi io capisco tutta la buona intenzione delle materie umanistiche di stare vicino a questa cosa ma un conto la teoria e un conto la pratica la pratica io non ti consiglio di diventare tossicodipendente però ci mancherebbe altro ma nel senso non è una cosa immediata non è un problema di matematica che basta che studi un po algebra e lo può risolvere sai perché?

Diana: Qual è il punto principale? Io ho fatto un esame su questa cosa e un esame è poco. Cioè dopo un esame non è che capisci tutto. Io ho sentito in prima persona molte storie di ragazze che magari facevano uso prima di Eroina, poi di meth, una ragazza  è rimasta incinta, non lo sapeva, è andata in carcere, si è disintossicata lì, ma non è che ha fatto tutto il percorso con lo psicologo perché il carcere non lo prevedeva, l’ha fatto da sola, perché era rimasta incinta, “diceva io questo bambino lo voglio”, ed è un’eccezione pure quella, perché tante persone non riescono. È che secondo me c’è troppo distacco tra l’esperienza tua e che è validissima ed è giustissima e va ascoltata, per questo ti ho intervistato, ed i libri. Perché sul libro loro te lo dicono, il craving, l’intenso, la necessità, il bisogno irrefrenabile, ma tanti non lo capiscono, che veramente se io sono dipendente di eroina e sto male e sudo e ho dei tremori e io devo fare uso della sostanza perché sennò non vado al lavoro. Quindi secondo me bisognerebbe dare più voce alle persone che hanno fatto questa esperienza, perché tu sei un caso, come l’hai detto tu, fortunato, non voglio dirlo così perché fortunato sembra che non te lo meriti, cioè tu ci hai lavorato tanto e ti sei tanto impegnato.

Dias: Sì, io ho lavorato tanto, sì, sono consapevole, non è che mi tolgo i meriti, io ho lavorato tantissimo, lo so, ma ho avuto anche tante circostanze dalla mia parte che hanno favorito questa cosa. E io ci avessi messo solo la mia persona, solo il mio impegno, non sarebbe bastato, perché sarei riuscito, ma sarei ritornato comunque. Sono tanti fattori, è difficile. Io ho sconfitto l’eroina. È veramente una cosa che io ringrazio il Signore tutti i giorni, cioè sconfiggere l’eroina, smettere di usare l’eroina. L’eroina è la sostanza che dà più dipendenza sulla faccia della Terra. Il craving, io sono sotto al funerale della mia migliore amica, ha 21 anni e ha lasciato un figlio di due anni, Leonardo. Il craving ti fa lasciare il passeggino sulle scalette del centro a Perugia col tuo figlio di due anni per andartene a comprare la dose. Da mamma tu lo faresti mai?

Diana: No…

Dias: Tu pensa, immaginati il craving, cosa ti porta quando tu hai la voglia di andare a drogare. Cioè, hai il tuo figlio, lo lasci in mezzo ai pusher della stazione del centro di Perugia per andare a prendere la dose. Il craving non lo puoi studiare sui libri, capisci? È una cosa che, sì, teoricamente sappiamo cos’è la voglia, la ricerca della droga e tutto il resto, ma la potenza, l’intensità di questa cosa o la vivi o non la puoi capire. E alla luce di questa cosa un’altra persona che l’ha vissuta magari può avere uno spunto in più per aiutarti. Una persona che ha letto solo sui libri secondo me può arrivare fino a una certa e basta. 

Diana:  Io non sono mai stata in una struttura a parlare con qualcuno, però ho conosciuto qualcuno nella mia vita e ci ho parlato e gli ho fatto un po’ di domande, come te le sto a facendo a te adesso. Il discorso è questo, il discorso è che lo Stato per esempio cerca pure di dare soluzioni, dice rendiamo le nostre droghe legali, tu che ne pensi per esempio di questo?

Dias: Guarda che il paradosso psicologico, sicuramente che studi psicologia forse potrei confermarmi questa cosa, inconsciamente una persona più gli proibisce una cosa più gli viene voglia di farla, come era la ragazza adolescente. Io sulla mia persona se a 16 anni l’eroina era legale, probabilmente non diventava un tossico. Cioè io ho usato quel tipo di sostanza proprio perché sapevo che era proibita. Avrei usato qualunque tipo di sostanza, basta che era la più proibita di tutte. Se la cocaina e l’eroina erano legali non le avrei mai usate. Perché lì non è una testa di un quindicenne ribelle, vai a capire quello che gli frulla. Però nel mio caso è stato proprio uno sfregio, una cosa proprio a sfregio. Viviamo in 20 metri quadri, sai che c’è? Io esco e non c’è soldi per comprarmi le scarpe. Esco e spaccio. Infatti prima mia mamma mi vedeva che tornavo con i vestiti nuovi, le scarpe nuove. Mi piava a schiaffi. Dove hai preso i soldi? Ho detto, eh, l’ho preso e me l’hanno regalato, dicevo… 

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