Politica e sport, intreccio controverso

Contro la luce dell’alba che filtrava tra le colonne dei templi, si stagliava la processione di sacerdoti, atleti, magistrati, giudici e spettatori: la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi univa l’estasi dei giochi alla sacralità della religione. Politiche, poteri e sudore scintillavano sul podio del campione vittorioso.

Eppure, per quanto lo sport sia da sempre profondamente connesso alla politica e alla religione, i vertici delle società sportive hanno di recente iniziato a chiedersi se sarebbe il caso di tenere questi delicatissimi sistemi separati (per il bene di una chimerica purezza dal forte retrogusto di consenso).

Nessuno si faceva molte domande quando, nell’Africa coloniale, le tradizionali discipline della corsa e del salto venivano sostituite dagli sport tipicamente britannici, allo scopo di avvicinare le popolazioni locali allo stile di vita dei Christian gentlemen. Ma alla vista dei pugni guantati e chiusi di Tommie Smith e John Carlos, il pubblico delle Olimpiadi del 1968 non poté non notare la manifestazione di solidarietà nei confronti delle Black Panthers: il silenzioso urlo politico dei due atleti echeggiò dallo Stadio di Città del Messico in tutto il mondo.

La tendenza della normativa sportiva

La recente tendenza, di cui per ultima si è fatta portatrice la Federazione Internazionale dell’Automobilismo (che si è adeguata alle regole già poste nel 2016 dalla FIFA), è quella di salvaguardare la neutralità della federazione stessa: ai piloti viene consentito di esprimersi su temi che abbiano valenza politica, ma solo dopo l’approvazione della FIA. Tuttavia non si fondò sulla neutralità, ma su una vera e propria idea politica, la mossa della NFL (National Football League) che nel 2018 introdusse il divieto di inginocchiarsi in campo durante l’inno per il rispetto della bandiera americana.

Nonostante la diffusione di una normativa dai contorni sempre più ristretti, molti giocatori continuano a farsi portatori di lotte e ideali: come la leggenda del basket LeBron, che alla frase del calciatore Ibrahimovich (“Fa quello in cui sei bravo”) rispose: “Non starò mai zitto contro qualcosa di sbagliato. Non potrò mai limitarmi allo sport perché conosco questa piattaforma e quanto sia potente la mia voce”.

E in certi casi c’è chi non si ferma neanche davanti alle minacce di morte: lo testimoniano le iraniane Sara Khademolsharieh e Elnaz Rekabi, che hanno partecipato senza velo e hijab rispettivamente ad una gara di scacchi e di arrampicata.

Una possibile soluzione

Anche Papa Francesco, nel suo discorso a “Generazione Italiana nuoto” del 2018, aveva rimarcato il significato profondo dell’impatto dello sport, incoraggiando “a trasmettere messaggi positivi, contribuendo così anche a migliorare la società in cui viviamo”.

Una soluzione al complesso problema del rapporto tra sport e politica potrebbe essere quella di garantire agli atleti la libertà di scelta: sia di esibire messaggi politici nei momenti di goal, score e vittorie, sia di decidere di non mostrarli. Sindacare sulla loro legittimità sarebbe presuntuoso e molto difficile: tanto alla fine sarà il pubblico a stabilire le cause per cui lottare.

Francesca Belperio

Romana, classe ’01. Sono una giovane giurista con una passione per il giornalismo e i pinguini. Sogno di vivere a New York e nel frattempo mi cimento nel teatro, nella danza e nel campeggio. Determinata, ottimista, riflessiva: il mio motto? “Sorridi alla vita e la vita ti sorriderà”.

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