Peppino Impastato: il 9 maggio è stato l’anniversario del suo assassinio

Il 9 maggio 1978 Peppino Impastato fu assassinato dalla mafia a Cinisi, in provincia di Palermo, per le sue denunce contro Cosa nostra. La stessa notte fu rinvenuto a Roma il corpo di Aldo Moro, ucciso dai terroristi delle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia. Questa notizia sconvolse l’Italia, ponendo in secondo piano l’omicidio di Peppino.

Chi era Peppino

Giuseppe Impastato, conosciuto come Peppino, era un giornalista, conduttore radiofonico e attivista siciliano. Nato a Cinisi il 5 gennaio 1948, in una nota famiglia mafiosa, da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. Il padre era un amico di Gaetano Badalamenti, capomafia della zona, noto come “lu zì Tano” che abitava come diceva Peppino “a cento passi” da casa sua.

Il coraggio di scegliere

Nonostante la sua famiglia fosse affiliata alla criminalità organizzata, Peppino ebbe il coraggio di ribellarsi e di scegliere una vita diversa. Legalità e giustizia sono stati dei valori irrinunciabili per lui. Decise perciò di interrompere ogni rapporto con il padre, che lo cacciò di casa. Fu uno dei pochi che ebbe il coraggio di denunciare ad alta voce, nella Sicilia omertosa di quei tempi,  le realtà mafiose, che molti fingevano di non vedere.

Organizzò diverse manifestazioni e proteste in difesa dei contadini, degli edili e dei disoccupati. Nel 1965, a soli 17 anni, diede vita al giornalino “L’idea socialista”. Nel 1975 costituì il gruppo “Musica e cultura” coinvolgendo i giovani. Divenne giornalista e nel 1977 fondò Radio Aut, emittente libera e autofinanziata con cui denunciò i delitti e i loschi affari dei mafiosi di Cinisi. Nella sua battaglia contro la mafia Peppino, da autentico giornalista,  utilizzò l’arma più forte di tutte: l’informazione.

L’assassinio

Nel 1978 si candidò alle elezioni comunali nella lista di Democrazia Proletaria e nel corso della campagna elettorale, condizionata dal potere criminale, Peppino fu assassinato. Il suo corpo adagiato sui binari della ferrovia fu fatto esplodere con una carica di tritolo. In un primo momento forze dell’ordine e magistratura lo classificarono come atto terroristico e suicida. Nel frattempo sui muri della città di Cinisi e di Palermo comparvero manifesti con la seguente scritta: “Peppino Impastato è stato assassinato dalla mafia”.

Il riconoscimento della matrice mafiosa dell’omicidio di Peppino

Dopo la sua morte il caso venne archiviato. La madre Felicia e il fratello Giovanni si ribellarono all’ambiente mafioso nel quale erano costretti a vivere e lottarono per far riaprire le indagini. Grazie all’attività dei compagni di militanza, del Centro siciliano di documentazione, della madre Felicia e del fratello Giovanni venne riaperta l’inchiesta giudiziaria. Furono presentate nuove prove che riconducevano a Gaetano Badalamenti, il capo mafia del paese.

Nel maggio 1984 venne riconosciuta la matrice mafiosa del delitto, che fu però attribuito ad ignoti. Solo nel 1997 venne emesso un mandato di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante dell’omicidio e nel 2002  il boss fu condannato all’ergastolo. La complessa vicenda giudiziaria qui sinteticamente esposta è il frutto di vari depistaggi. Ci sono voluti oltre vent’anni per arrivare alla verità. Il coraggio di Peppino ha ispirato film (ricordiamo “I cento passi” di Marco Tullio Giordana nel 2000), libri e canzoni. Egli rappresenta la lotta alla cultura mafiosa.

“I Cento passi”, la canzone dei Modena City Ramblers

I cento passi è il titolo di una canzone che i Modena City Ramblers hanno dedicato a Peppino Impastato nel 2004. È un omaggio alla sua memoria, in cui il gruppo emiliano scandisce i passi di Peppino verso la casa del boss Gaetano Badalamenti.

“Nato nella terra dei vespri e degli aranci

Tra Cinisi e Palermo parlava alla sua radio

Negli occhi si leggeva la voglia di cambiare

La voglia di Giustizia che lo portò a lottare

Aveva un cognome ingombrante e rispettato

Di certo in quell’ambiente da lui poco onorato

Si sa dove si nasce ma non come si muore

E non se un’ideale ti porterà dolore.” 

Foto: biografieonline.it

Miriam Martoriello

Siciliana dal cognome napoletano ma romana d’adozione, viaggiatrice e curiosa delle bellezze del mondo. Studentessa di Giurisprudenza, amante della natura, della letteratura, della musica e del teatro, accumulatrice seriale di libri. Credo fortemente nella corretta informazione come strumento per combattere l’ignoranza.

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