Warnergate, le piattaforme delle serie tv che fanno gola anche alla Casa Bianca
Il 5 dicembre 2025 potrebbe essere ricordato come il giorno zero del nuovo mondo dei media e dell’intrattenimento globale. È la data in cui Netflix ha annunciato l’acquisizione di Warner Bros. Discovery, in un’operazione destinata a ridisegnare Hollywood. Un accordo che ha scatenato la reazione di Paramount, guidata da David Ellison, figlio del patron di Oracle, deciso a far saltare l’intesa con l’appoggio di un alleato d’eccezione: il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Una sfida a colpi di miliardi che arriva fino alla Casa Bianca.
A fine ottobre Warner annuncia una revisione strategica delle attività dopo aver ricevuto “interesse da più parti”, con l’obiettivo di ridurre un debito da 33 miliardi di dollari. Nella corsa entrano Netflix, Comcast e Paramount. A inizio dicembre la Grande N spiazza tutti e mette sul piatto 83 miliardi di dollari per studi, catalogo e streaming, incluso il portale HBO. Tre giorni dopo, Paramount rilancia con un’offerta ostile da 108 miliardi per l’intero pacchetto Warner, che comprende anche CNN. Una mossa che fa comodo a Trump, che da tempo sostiene che “CNN deve essere venduta”. Con CBS già controllata dagli Ellison, il presidente si assicurerebbe così un secondo network televisivo alleato.
Il 7 gennaio 2026 il Cda di Warner respinge l’ottava offerta Paramount, giudicandola “inadeguata e rischiosa”, nonostante una garanzia da 40 miliardi di Larry Ellison. “Netflix ha inserito una penale da sei miliardi nel caso di stop dell’Antitrust”, spiega Filippo Passeri di Starting Finance. A fronte di una possibile accusa di concorrenza sleale, la piattaforma potrebbe difendersi, perché “negli Usa il primo servizio per traffico resta YouTube”. Dal punto di vista finanziario, la proposta di Paramount apparirebbe meno problematica. Ma la sua offerta apre un conflitto d’interessi, visti i legami d’affari tra Trump e Larry Ellison. In gioco c’è un settore che nel 2024 ha toccato 2.900 miliardi di dollari di ricavi e che, secondo PwC, crescerà fino a 3.500 miliardi nel 2029.
Le cifre non spiegano però da sole l’intervento diretto di Trump. Lo scontro è politico e culturale. “L’area MAGA associa Netflix agli Obama”, spiega l’ex direttore Ansa Giampiero Gramaglia. Nel 2018 la piattaforma ha firmato un contratto multimilionario con la Higher Ground, società di produzione dell’ex presidente, mentre l’ad Netflix, Ted Sarandos, è un finanziatore del partito democratico. Elementi che per Trump pesano, soprattutto in vista delle elezioni di midterm 2026. Chi controllerà Warner, infatti, avrà in mano franchise come “Harry Potter”, i film DC Comics e le serie HBO, tra cui “Il Trono di Spade” ed “Euphoria”. Un potere che, avverte Giovanni Boccia Artieri, ordinario di Sociologia all’Università di Urbino, va oltre l’intrattenimento: “Quando pochi conglomerati controllano l’immaginario globale, si restringe il pluralismo e aumenta il rischio di omologazione”. Non si tratta di censura diretta, “ma di una selezione strutturale delle narrazioni”. Un’ombra lunga sulla democrazia, nell’era dei colossi tecnologici.
di Alessio Sebastiano Corsaro*
*Studente del Master in giornalismo della LUMSA

