Il giornalismo di guerra raccontato da Vincenzo Sinapi

Il giornalismo di guerra è la branca del giornalismo che si occupa di descrivere e raccontare le vicende belliche attraverso inviati e corrispondenti di guerra. Si tratta di una branca pericolosa e in cui la verità viene spesso manipolata. Ce ne parla in quest’intervista Vincenzo Sinapi, attuale caporedattore aggiunto alle Cronache italiane dell’ANSA. Per molti anni, dal 1998, si è occupato di seguire le attività dei militari italiani sui più pericolosi teatri operativi.

Chi è l’inviato di guerra e quali sono le sue tutele sul campo? Le è mai capitato di non vederle osservate o di incorrere in pericoli seri?

Prima di tutto, dire “inviato di guerra” non significa niente: può essere il blogger che va in un’area di conflitto su iniziativa privata, o l’inviato speciale di un grosso giornale: tra queste figure c’è in mezzo il mondo e dietro di loro ci sono tutele diverse. In genere, per tutti vigono le regole del diritto umanitario e internazionale. Poi occorre distinguere caso per caso: al giornalista embedded in un contingente militare, ad esempio, viene solitamente richiesto di sottoscrivere una sorta di patto con cui si impegna a seguire determinate regole di condotta. Per esempio, la prima indicazione è di non muoversi da soli quando farlo diventa troppo pericoloso.

Personalmente conosco tanti giornalisti che sono stati sequestrati o addirittura uccisi in un territorio di guerra: ed anche qui, dal punto di vista delle tutele, bisognerebbe distinguere tra l’essere prigionieri di un esercito regolare o di gruppi terroristici o di bande di criminali.

Un giornalismo di guerra veramente oggettivo: è possibile?

Questo è il problema dei problemi. Nel giornalismo embedded, essendo “ospiti” di una parte, non ci si può aspettare che quella parte ci faccia vedere cose contrarie ai suoi interessi o ci faccia parlare con i suoi oppositori. E se quella parte decide di mostrare qualcosa – come la scena di un massacro – neanche il giornalista, spesso, ha gli strumenti per discernere la verità. Dico questo senza alcun riferimento all’attualità della guerra in Ucraina: in quel caso non c’è alcun dubbio infatti che le stragi siano vere e si sa chi sono stati gli autori, perché le prove sono molteplici.

Ogni contingente ha una sezione chiamata psy ops (operazioni psicologiche) che serve a orientare la popolazione a suo favore, con la radio, i volantini ed altri mezzi. Oggi tutto avviene con modalità più raffinate, attraverso i social e il web. E i condizionamenti li subiscono tutti, anche i giornalisti. Perciò sia che si vada sul campo, sia che si scriva un articolo da casa utilizzando le fonti dei social o della Rete, la verità è sempre difficile da discernere, a meno che non ci si dedichi con gli strumenti dell’inchiesta: ma spesso il giornalista non ha il tempo di approfondire queste storie ed è costretto a riportarle con i soli elementi che ha. 

Allora, per scrivere nel modo più oggettivo possibile bisogna cercqre di raccontare gli eventi in modo completo, fornendo al lettore tutte le “avvertenze del caso” (ad esempio come sono arrivato sul teatro di guerra, a che tipo di informazioni ho accesso diretto e a quali no) e senza naturalmente ignorare il punto di vista dell’altra parte. Il giornalista infatti, anche il cosiddetto inviato di guerra, è prima di tutto un cronista, non è un giudice: riporta ciò che vede senza metterci la sua opinione, per lasciare al lettore la possibilità di formare il suo pensiero sulla base degli elementi che lui, con il suo articolo, gli fornisce.

Ma essere davvero oggettivi, in certi contesti, è molto difficile: a volte si tende “naturalmente” ad enfatizzare le notizie raccolte sul teatro di guerra, ed è anche fisiologico empatizzare con la parte dal cui lato si lavora.

Perché ha scelto di essere un giornalista di guerra? Cosa consiglia a chi vorrebbe seguire la sua scia?

Innanzitutto il mio sogno era fare il giornalista: sono un sostenitore del giornalismo “da marciapiede”, di chi va per strada e racconta ciò che vede. Sono diventato giornalista di guerra nel periodo in cui l’opinione pubblica era maggiormente interessata alle missioni all’estero e ai contingenti italiani impegnati nei luoghi bellici: quella per me era, in quel momento, la quintessenza della cronaca. 

A chi desidera diventare giornalista di guerra consiglio innanzitutto di studiare: bisogna essere preparati. E umili. Non sottovalutate la scuola della strada, della cronaca locale: perché i principi che imparerete lì potrete applicarli in tutti gli altri contesti.

Francesca Belperio

Romana, classe ’01. Sono una giovane giurista con una passione per il giornalismo e i pinguini. Sogno di vivere a New York e nel frattempo mi cimento nel teatro, nella danza e nel campeggio. Determinata, ottimista, riflessiva: il mio motto? “Sorridi alla vita e la vita ti sorriderà”.

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