Questi giorni da volontaria

Domani mattina alle otto suonerà la sveglia e adesso non riesco a prendere sonno. Sono molto preoccupata.. “Che succederà domani? Quanto è alta la probabilità che io mi contagi? Se fossi contagiata, potrei salvarmi?”. Le domande che mi pongo sono sempre le stesse.

Suona la sveglia e scatto in piedi, non ho molto tempo, quindi dopo mezz’ora già infilo la divisa. Come ultima cosa stringo “a morte” la cintura sul punto vita, poi prendo la mascherina e salgo in macchina.

Dopo dieci minuti sono in sede, ho la mascherina, i guanti e la divisa, mi sento protetta, ma non abbastanza, tuttavia è una vita che ho scelto e quindi, con coraggio, affronterò la giornata. Io e miei colleghi firmiamo il registro d’entrata e ci dividiamo i compiti, come di consueto,  tocca a me stare in sala operativa mentre gli altri andranno a fare le consegne. Squilla il telefono una, due, tre volte. Alcune chiamate si susseguono e altre, addirittura, si accavallano. Le prime telefonate riguardano cose prevedibili: necessità di spesa o farmaci. Tutte cose che sappiamo gestire bene, annoto ogni cosa: numero del mittente, luogo in cui si trova, alimenti e medicinali di cui ha bisogno… sono tutti elementi importanti che devo comunicare ai colleghi che si occupano delle consegne. Nel frattempo mi dedico alla registrazione delle e-mail che sono arrivate per la richiesta di mascherine, la consegna inizierà dagli over 75. Mentre faccio tutto questo squilla di nuovo il telefono, stavolta è una signora che, con una voce molto fioca, mi fa una domanda particolare: ”Ciao Bella, mi chiamo Maria, sono molto anziana… sono a casa da sola da un mese… non potete mandarmi qualcuno per farmi compagnia?”. La telefonata è straziante, soprattutto perché non posso fare niente, ma mi annoto il suo numero e mi riprometto di chiamarla ogni giorno per sentire almeno come sta.

I miei colleghi rientrano e firmiamo il foglio d’uscita, ci togliamo i guanti e  igienizziamo la sala operativa, sono stanca e mi fa male la testa.

Suona la sveglia, ripeto le stesse cose fino all’arrivo in sede. I mezzi sono già pronti, i fogli per le consegne anche, dobbiamo solo caricare il materiale da consegnare. Oggi sono di nuovo in sala operativa, ma il mio compito è diverso: distribuire le mascherine e rispondere alle telefonate.

Non passa molto tempo prima che si formi una lunga fila di persone che richiedono le mascherine. Li faccio entrare in sala operativa uno ad uno a distanza di sicurezza, mi faccio dare un documento d’identità e attraverso quello li trovo nei registri. Una volta trovati consegno loro la mascherina e come ringraziamento mi accennano un sorriso. Non è molto, ma è quello di cui ho bisogno.

I miei colleghi sono fuori per le consegne della spesa e dei medicinali, il loro è un lavoro più duro a livello fisico, tuttavia loro sono alla luce del sole e hanno la possibilità di relazionarsi con persone diverse.

Dopo pochi minuti entra un ospite speciale in sala operativa: il nostro sindaco. Porta con sé una teglia di tiramisù gentilmente offerta a noi volontari da una anziana compaesana e un po’ di notizie che discute in presidenza con Andrea. Sono per lo più numeri: contagiati, persone in quarantena, persone in isolamento preventivo.

Tutti dobbiamo svolgere diversi compiti, non abbiamo tempo per la paura o forse rifiutiamo di pensarci. Dedichiamo parte del nostro tempo e soprattutto del nostro coraggio, gratuitamente, alla nostra comunità e in cambio veniamo gratificati dai sorrisi dei nostri concittadini. Combattiamo tutti contro un nemico “invisibile” e speriamo ogni giorno che i numeri non aumentino.

Mentre penso questo mi ricordo una cosa importante… devo chiamare la signora Maria!

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