Il principio di autodeterminazione e la questione “fine vita”

“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Recita così l’art. 32 della nostra Costituzione, che da circa venti anni, solleva dibattiti di natura politica, religiosa, bioetica, e medica. Attorno a questo articolo, si intreccia il filo che lega l’eutanasia, il suicidio assistito e il testamento biologico. Si tratta di tre procedure simili ma diverse legate indissolubilmente, dalla richiesta di tutela del principio di autodeterminazione che regola la vita di ogni individuo dal momento della nascita fino a quello della morte.

Negli ultimi mesi del 2019, l’argomento sul suicidio assistito è tornato a far discutere, dopo la sentenza della Corte Costituzionale in riferimento al caso Cappato.

Marco Cappato, politico, tesoriere della Associazione Luca Coscioni e promotore del Congresso mondiale per la libertà di ricerca e della campagna Eutanasialegale, ha avuto un ruolo fondamentale nella morte di Fabiano Antoniani, detto Dj Fabo, rimasto tetraplegico in seguito ad un incidente stradale.

Cappato nel febbraio 2017 compie un gesto di disobbedienza civile e porta, assieme ai familiari, DJ Fabo da Milano a Zurigo, in una clinica dove si pratica il suicidio assistito. Si autodenucia, in seguito alla morte di Dj Fabo, per la violazione dell’art. 580 del c.p. che concerne la punibilità di coloro che agevolano l’eutanasia di un soggetto malato terminale, che anche se consapevole non è in grado di compierla del tutto autonomamente.

La Corte Costituzionale nel 2018, dopo la richiesta di punibilità da parte della Procura di Milano, rimanda la decisione di un anno, rimettendo il lavoro al Parlamento, che rimane in silenzio e costringe la Corte a riprendere in grembo la questione. Il 25 settembre 2019, la Corte Costituzionale con la sentenza n. 242 assolve Marco Cappato in virtù degli articoli 1 e 2 della legge n.219 del 2017 sul testamento biologico o meglio “disposizione anticipata di trattamento (DAT)”.

Questa legge, frutto di un intervento del legislatore, fino a quel momento troppo reticente insicuro e lacunoso, è composta da otto articoli, e stabilisce la possibilità di “esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari”. Nei primi due articoli citati nel caso Cappato, la norma da la possibilità alla persona di decidere sulle proprie cure e avere il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, qualsiasi trattamento sanitario, compresi la nutrizione e l’idratazione artificiale. Inoltre, si ribadisce il divieto di ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure, in caso di pazienti in imminenza di morte e il ricorso alla sedazione profonda, in accordo con il paziente. Dal 2018 ogni persona maggiorenne quindi, può stilare nella modalità che più ritiene opportuna il proprio Biotestamento, valido se firmato da un notaio o da un pubblico ufficiale.

Le critiche, sia sulla legge 219/2017 che sulla sentenza costituzionale riguardo il caso Cappato, che sembra affermare il suicidio assistito come un diritto costituzionale, non hanno tardato ad arrivare. Alcuni esponenti del mondo cattolico, politico e medico descrivono il testamento biologico come un tentativo del tutto immorale di legittimare il suicidio assistito, visto come un’eutanasia volontaria, e cioè l’aiuto a far compiere al soggetto malato terminale il gesto per mettere fine alla propria vita.

Ma solo Dio può dare e togliere la vita? L’obiezione di coscienza di un medico, in una società in continua evoluzione, di fronte all’esigenza di tutela di un principio alla base della vita, come quello dell’autodeterminazione, può ancora avere valore?

A questi quesiti, può rispondere solo il legislatore, con l’aiuto della Biogiuridica, affinché la legge diventi un faro di tutela e non più il nido di insicurezze e lacune.

Francesca Oddi

Giurista in Erba, domiciliata in un comune in provincia di Roma con vista mare. Amo tante cose che a scriverle qui non si finirebbe più, ma che si possono riassumere così: "Le passioni sono come i fiori: vanno annaffiate" Di me dicono che sono una persona organizzata, ma vi farei vedere la mia agenda. Da quando sono qui alla LUMSA ho preso per mano questo magazine che è cresciuto con me, e a quanto pare ne sono il caporedattore. Per conoscermi meglio: leggimi

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